Non ci par vero, eppure in questa nostra società fatta di onde elettromagnetiche che vagano per l’etere senza meta e senza una fissa dimora, tanti accadimenti di poche settimane fa risultano lontani anni luce dal presente. In questo continuo accavallarsi di notizie allarmanti, avvilenti e fuorvianti, anche la nostra Redazione a volte resta intrappolata nella tremenda morsa della disinformazione e dimentica di informarvi nella giusta maniera.

Cerchiamo di porvi rimedio

7/8/9 Luglio 2023 – Ivrea, festa patronale di San Savino – Per le vie e le piazze di Ivrea una folla di gente in ossequioso e riverente silenzio accompagna il corteo con le spoglie del Santo Savino, nel Parco Dora un folto pubblico attento e interessato assiste alla Rassegna Morfologica di tante razze di cavalli particolarmente idonee al traino, il tutto mentre fervono i preparativi per la grandiosa sfilata in notturna di quasi 50 attacchi i quali di lì a poco avrebbero messo la parola fine a questa patronale 2023 tra gli interminabili applausi del pubblico.

 

 

E mentre questa girandola di eventi girava vorticosamente quasi come i click della nostra macchina fotografica, in un angolo di una stretta viuzza del centro storico di Ivrea un manipolo di appassionati in abiti contadini, seduti sopra un vecchio carro trainato da cavalli, faceva rivivere allo sparuto gruppo di passanti un pezzo di storia di questa città che negli ultimi 15 anni era stato completamente dimenticato: “La Zingarata”.

 

Andiamo per ordine e per chi si fosse perso la cronaca di quei giorni ecco il link:

https://www.carrozzecavalli.net/2023/07/san-savino-2023-una-festa-partecipata-e-gradita/

Per chi gradisse poi avere quelle immagini a casa propria come ricordo indelebile dell’evento ecco le belle immagini di Massimo Sardo che troverete a questo link.

Contatto con Massimo Sardo: massimo.sardo@gmail.com

Infine per i più attenti e vogliosi di andare dentro la notizia, ecco una nostra intervista a Renzo Galletto, Presidente dell’Associazione “Festa e Fiera di San Savino”.

7/8/9 Luglio 2023 – Festa patronale di San Savino – Oggi, 9 settembre, sessanta giorni dopo cosa è rimasto negli animi della gente di Ivrea e dei suoi “cavallanti”?

“E’ stato a detta di molti il più partecipato e riuscito San Savino di questi ultimi anni. Ivrea è un contenitore esagerato di dualismi. La polemica è sempre dietro l’angolo e le valutazioni richiamano preconcetti vecchi di un conservatorismo che tarpano le ali a qualsiasi innovazione. Io faccio il sindaco, non l’organizzatore di feste, e quando mi chiesero di presiedere l’organizzazione posi subito una condizione con una domanda: “San Savino vogliamo che diventi una vetrina nazionale con al centro i cavalli, o volete una festa popolare locale?” La polemica verte su una formulazione antitetica: Ivrea città dei cavalli, o semplicemente una “location” dei cavalli in città? Ecco la vera novità di quest’anno che sono rimasti in pochi a non sostenere: l’area fieristica del parco Dora che non annulla, anzi, ripropone manifestazioni nel centro storico come la sfilata delle carrozze che tutti ben conoscono. Io credo nella potenzialità turistica dell’evento nella misura in cui lo si ripulisce di quella visione localistica che ne limita lo sviluppo anche internazionale. Dopo 4 anni di polemiche anche cattive, abbiamo raggiunto un risultato: dotare la città di Ivrea di una potenziale area fieristica che offra quella visibilità in funzione dell’economia del territorio. Qui emerge la mia natura di sindaco che va ben oltre una visione limitata e senza ambizioni. Un evento (e sottolineo evento) non deve venire ricondotto ad una festa patronale da paese. Ambizione e realismo possono convivere se si hanno delle idee e queste non si comperano al supermercato, ma sono frutto di esperienze, visioni e scelte coraggiose. Questa edizione 2023 di San Savino ha dato l’impronta che si può fare. Renzo Galletto

L’antica, ma non troppo, tradizione della “Zingarata”

Abbiamo citato inizialmente un vecchio carro trainato da cavalli con sopra persone vestite in abiti contadini della tradizione canavesana, sentiamo il racconto di uno di loro: Renato Bruzzone.

Quella fucina di idee che è l’Associazione Eporediese “Amis ‘d Piassa d’la Granaja” quest’anno ha voluto riesumare una bella tradizione dagli stessi ideata tempo fa che in qualche modo richiama alla mente l’allegria del carro musico medioevale. Il ricordo negli eporediesi è ancora vivo per la teatralità dello spettacolo della partenza dei carri all’ombra delle “rosse torri” del castello del Conte Verde.

Ivi convergevano i cavallanti dai luoghi più iconici di Eporedia con i “tamagnoni” (leggasi carri agricoli con lunghi pianali e panche trasversali) stracarichi di personaggi abbigliati secondo “l’uso canavesano”, gli uomini con i tipici “chabot”, pantaloni per lo più di fustagno o tela grezza con su i segni della fatica nei campi, ampio fazzoletto annodato al collo per il sudore e cappello frusto di paglia, le donne abbigliate con i tipici “faudal” (leggasi grembiule), cappelli a tesa larga a mo’ di mondina con le ruvide calze di lana grezza fino al polpaccio. L’allegra brigata procedeva cantando accompagnata dalle suonate gioiose della fisarmonica e delle chitarre; immancabile la canzone “Piemontesina bella”. Così festanti si dirigevano nei paesi circonvicini applauditi sempre da passanti e curiosi. Al passo e, talvolta, al trotto, i cavalli parean andare al tempo con i suonatori. In una delle prime sortite i buontemponi fecero tappa a Borgofranco innanzi ai Balmetti (per chi non conosce il luogo trattasi all’apparenza di case o casupole addossate alla sponda rocciosa del crinale costruite – manco a dirlo – per custodire il vino dei vigneti orlanti la soprastante collina: in esse la temperatura estate/inverno si mantiene costante fra i 10/12 gradi). Negli anni i luoghi di sosta mutarono, sempre però con fermate nelle cascine ove non si sarebbe potuto non brindare con il nettare di casa dell’ospite, ovviamente accompagnato da salame di patata e canestrelli, specialità del luogo. Il guaio è che le soste erano tante! Ma i balli sull’aia temperavano…

Per la festa patronale di San Savino 2023, alcuni nostalgici hanno oggi voluto far rivivere l’atmosfera della “Zingarata” ravvivando le vie cittadine il pomeriggio di sabato 8 luglio un po’ carente di iniziative, anche se ben si comprende il perché: l’aspettativa ed i laboriosi preparativi son tutti per la sfilata notturna delle carrozze! Allestito un carro “paludato” con ampia scritta “Amis ‘d Piassa d’la Granaja” al traino di due possenti frisoni, i detti nostalgici, acconciati a dovere, hanno fatto rivivere per un momento il fasto antico ravvivato dalle briose note di una “fisa”. La fermata dinanzi ad un noto atelier ha dato il via alla degustazione di salatini ben accompagnati da calici di prosecco, sì da far rivivere ancora una volta la vecchia languida atmosfera contadina. Visto il successo di pubblico casualmente presente, è sicuro che l’anno prossimo la “Zingarata” tornerà in auge in grande stile. La memoria non è una facoltà obbediente!

Dall’album dei ricordi di Aldo Bessero: “Nella foto un giovane cavallante di Loranzè, paese vicino a Ivrea. Suo nonno chiamato “Fiore”, contadino, era appassionato di cavalli con i quali ha sempre lavorato i campi. Negli anni ’80 ha iniziato a presentare una pariglia di ungheresi al Carnevale. Poi due Gelder sauri balzanati, super, con i quali ha vinto per diversi anni il primo premio. Dal nonno e dal padre il ragazzo, di nome Alex Andorno Furbacco, ha ereditato una profonda passione per i cavalli, che lo porta a fare Zingarate vacanziere con i suoi equidi. Gente estremamente festaiola. Presenta la pariglia a San Savino e al Carnevale, oltre a partecipare alle sfilate di tradizione in Piemonte.”

Adesso ci siamo incuriositi e vogliamo saperne di più, dunque, lasciamo la parola ad un’altra persona che era sul carro: Aldo Bessero.

Era la primavera del 1993,  al Presidente degli Amis ‘d Piassa d’la Granaja, Pierluigi Marta e ad Aldo Bessero, Presidente del Comitato Fiere Comunali della Città di Ivrea, ente organizzatore della Fiera Cavalli di San Savino, viene l’idea di organizzare, con i cavallanti della città e dei paesi del Canavese, una Zingarata.

 

 

Partendo dal centro storico di “Eporedia”,  in particolare da Piassa d’la Granaja, dalla quale prende il nome l’associazione degli Amis e dove nell’800 e sino alla metà del ‘900 giungevano tutti i venerdì dell’anno, in occasione del mercato cittadino, carri agricoli carichi di granaglie trainati da cavalli, il giorno 5 giugno 1993 prendeva vita la prima Zingarata, con titolo “I CAVAJ, LA LUN-A, I FALO’“:  una lunga colonna di attacchi singoli, pariglie e tiri a quattro lasciava il cuore di Ivrea per avviarsi lungo il percorso che farà vivere ai conducenti e agli Amis un fine settimana indimenticabile.

 

 

Ma ora, dopo questa breve introduzione descrittiva, lasciamo spazio a ciò che ha scritto, in ricordo di quella due giorni, Pierluigi Marta, che meglio di tutti ha testimoniato gli stati d’animo, i pensieri, le gioie che quella Zingarata ci ha regalato.

 

 

L’amore per i cavalli così sentito in EPOREDIA, termine che deriva dal gallico epo, affine al greco antico hippos (cavallo) e reda, nome dato al carro a quattro ruote dai Romani, fondatori della città di Ivrea sulla via delle Gallie, ci portò ad invitare tutti i cavallanti ad una simpatica trottata.

Una lunga fila di carri campestri, gremiti di appassionati in abiti contadini e zingareschi, lasciava il punto di ritrovo in Piassa Granaja alla volta delle cascine, che sono là fra i campi di messi, memoria delle origini di molti di noi, ultimi rifugi dei nostri stupendi quadrupedi, patrimonio indiscusso del nostro territorio, nei giorni di festa sapientemente bardati con finimenti confezionati con somma capacità ed eleganza dall’atelier dei Fratelli Moirano, valore aggiunto e ovunque riconosciuto della nostra storia. Su di un carro trovava posto una banda di musici con gli ottoni. In ogni aia di cascinali si ballava e ci si rifocillava, grazie alla generosità di questi ultimi eroi contadini, incurabili amanti dei cavalli, per poi finire la giornata con una cena campestre al crepuscolo, per i piemontesi una “merenda sinoira” sui lunghi  tavoloni, nell’ultimo cortile di quella novella “curseria”, giusto ristoro per uomini e animali, dove i bottiglioni di vino la facevano da padrone.

 

 

Poi tutti a dormire, per finta, nel  fienile dove, per non perdere vigore, si cantava fino all’alba,  per poi scendere e far colazione con  uno strepitoso pentolone di trippa cucinato ed offerto da un amico indimenticabile, Sandrino Sabolo, cavallante, presente al carnevale fin dalla prima ora. Quindi tutti a messa, con i carri in sfilata quasi spirituale, dove il silenzio era rotto solo dallo schiocco secco dei “fuet ” e dallo strepitio delle ruote ai sobbalzi della stradina bianca di campagna, tutti verso la chiesa del vicino paese di Pavone.

 

 

Dondolando sul carro, osservavo la campagna che, a quell’ora di domenica mattina, immersa nella sua calma solenne, sembrava essere messa lì solo per noi. Torri, chiese, cascine che digradavano dalle alture di San Martino verso il torrente Chiusella, tranquillità che favoriva quel raccoglimento misto a stupore.

Mi beavo di quella sfilata “d’antan” e pensavo che poche generazioni hanno assistito come la nostra alle tante radicali mutazioni di vita e di costumi da quando le nostre nonne tiravano l’acqua su dal pozzo, il passaggio dal pallottoliere al computer, dai carri tirati da questi animali alla conquista della luna. Ricordavo quando sotto casa mia, all’alba sulle lose, sentivo rotolare le ruote dei carri.

 

 

Il primo era Scaia col suo “cartun”, con le ruote cerchiate di ferro, il quale prelevava alla stazione ferroviaria i prodotti del monopolio e li consegnava alle rivendite. Poi transitavano Quaccia e Durando detto “Tunin Ciavis ” con il loro “tumbarel” gommato con il quale portavano il metro cubo di sabbia prelevato a mano dal greto della Dora Baltea. Cose d’altri tempi! Intanto io su quel biroccio, sempre assorto nei miei pensieri, mi scoprivo postero di me stesso, pensieri che andavano a quella che per me era una specie di “belle époque” e ritornavano, come in sogno, gli eroi della mia gioventù.

 

 

In particolare i negozianti di cavalli Giuseppe Enrico  “al bara ad Pavon”, al “David Favria” Davide  Ferrando, “Medeo” Amedeo Barbero, personaggi singolari e mitici di un’Ivrea dai cento mestieri,  ma, chissà perché, tutti  ruotanti intorno  ai cavalli, forse perché attorno allo splendido animale si concentravano tutte le attività. Adesso i cavalli non sono più quelli da tiro di una volta, i mezzi di trasporto hanno cancellato questo mondo, i cavalli non sono più quelli di Scaia, Durante, Quaccia,  massicci, robusti e possenti, adatti per gravosi lavori, ma sono belli, di notevole eleganza e di grande portamento.

 

 

Mi risveglio da questo mio Amarcord.

 

 

Ecco l’arrivo del carro sulla piazza della chiesa, dove gli altri si erano sistemati e ci stavano aspettando. Dopo la messa il parroco benedirà questa “zingarata” e poi tutti a casa contenti, ma consci di essere naufraghi in un tempo che è cambiato e non tornerà più, lasciando solo spazio ai ricordi e alla memoria di chi lottava e, forse, lotta ancora adesso, per “pagnare” accoppiare i cavalli a San Savino o a Carnevale.