Si diceva che si può bestemmiare nominando qualunque Santo ma non Sant’Antonio Abate. Non c’era stalla o porcile nel quale il contadino non tenesse un’immagine di Sant’Antonio, in funzione protettiva e apotropaica (cioè dotato della facoltà di tenere lontano l’influsso degli spiriti maligni e delle malattie).

La storia è quella di Antonio nato nel 255 circa in Egitto e ritiratosi nel deserto per meditare e pregare. In questo luogo sarà tentato dai piaceri del peccato e tormentato sino al tentativo di giurare fedeltà al diavolo stesso. Qui il demonio si presenterà davanti a lui in carne ed ossa, e lo farà scegliendo il porco. Antonio travolto da bestemmie e tentazioni, è disorientato e tormentato, ma alla fine la sua grande fede lo soccorrerà e pronunciando la formula dell’esorcismo: “Vade retro Satana!” lo sconfiggerà per sempre. Da quel momento il Santo non si dimenticherà del “porco” e il povero animale, ritornato ciò che è realmente, cioè un animale generoso e socievole, sarà accolto ai suoi piedi. Le rappresentazioni iconografiche lo celebreranno per questa vittoria del Bene sul Male, e quindi non verrà più raffigurato accanto a figure dall’aspetto demoniaco ma affiancato da un maiale, docile e sottomesso, incapace di ogni malvagità. Sant’Antonio Abate verrà rappresentato con il bastone a “T” degli eremiti insieme al porcellino, suo fedele compagno, e al fuoco. Il popolo cristiano lo festeggerà il 17 gennaio. Tante saranno le feste e le processioni lungo le strade con la sua statua e la sua immagine, come tanti saranno gli altari e le chiese a lui dedicate. Verrà considerato il protettore dei macellai, dei canestrai e degli animali domestici e la sua immagine sarà presente in ogni ambiente agricolo.

 

Anno 1223 – Il Miracolo della Mula

 

Piazza Tre Martiri – Rimini. Nella foto sottostante vediamo il Santuario di S. Antonio da Padova (Paolotti) e appresso il Tempietto di Sant’Antonio che è di forma ottagonale e fu costruito nel 1518 per ricordare il “Miracolo della Mula”.

 

Davanti al Tempietto da destra: Matteo Bianchi con l’asinella sarda “Ciuchina” di 15 anni, al centro frate Antonio e a sinistra Giorgio Albori (Baròl) con il Pony “Artù” di 8 anni

 

RIMINI – 17 Gennaio 2022, Piazza Tre Martiri

Davanti al “Tempietto” di Sant’Antonio, sono schierati gli amici di Sant’Antonio Abate sopravvissuti a 1000 peripezie dopo oltre due anni di tremenda pandemia. Sono solo in due, Matteo e Giorgio: della folta schiera di appassionati riminesi non c’è più traccia. Nel collage di foto sottostante, del gennaio 2018, si potevano contare quasi una cinquantina di persone con cavalli sellati, carrozze, carretti, biroccini con asini e muli e pure una pariglia di addestratissimi cani che trainavano un antico carretto. Arrivati a questo punto possiamo dire: missione compiuta! Hai vinto tu caro Covid! L’operazione di disgregamento dei rapporti interpersonali è perfettamente riuscita. La bellezza dello stare in compagnia tra gente con le stesse passioni è ridotta ai minimi storici, la bicchierata di vino nero con piadina al prosciutto che chiudeva la giornata è un rito scomparso. Hanno vinto quelli che vogliono farci vedere e poi trasportare piadina, vino e prosciutto … via mail! Ma non ce la farete: a rincuorare i due tenaci sostenitori ha provveduto frate Antonio, le sue parole come dei macigni destinati a schiacciare … il malvagio (esattamente come l’Antonio nato in Egitto tantissimi anni or sono)

Abbiamo chiesto a Matteo Bianchi cosa ha detto frate Antonio e qualche sua impressione a caldo.

Matteo: – Stavamo per salutarlo e andarcene ma ci ha chiamati vicino a lui e ha pronunciato poche parole mada pelle d’oca: “Per voi sarà una cosa semplice, banale e pure scontata, ma voi con questa cosa utile e umile avete dato un contributo prezioso a tutti. Grazie” In quel momento per alcuni istanti abbiamo ripercorso velocissimamente fatti ed episodi degli ultimi due anni e crediamo di aver capito che frate Antonio ci incitava a tenere botta, resistere, perché stiamo entrando in una nuova era, un nuovo periodo storico che deve per forza affondare le sue radici nel passato. Non è ammissibile che l’Asinella e il piccolo Pony vengano sostituiti da un mucchietto di plastica nera assemblata a quattro transistor!

 

Prima di questa terribile pandemia, tutti gli anni a Rimini in occasione della ricorrenza di Sant’Antonio Abate si radunavano decine di appassionati i quali, ognuno con i propri mezzi e animali, contribuiva a creare un simpatico corteo rievocativo che difficilmente è dato vedere in altri periodi dell’anno

 

In Romagna le tradizioni legate a questa festa che rievoca antichi usi e costumi della Civiltà Contadina, vengono portate avanti da anni con serietà, pazienza ed esperienza dai Fratelli Giuseppe e Riccardo Pascucci che ripropongono una serie di tele stampate rigorosamente a mano da fare indossare ai buoi in occasione di feste del Patrono, oppure quadretti in tela con l’immagine del Santo da appendere all’interno della stalla per i più fortunati, o nel garage per i meno abbienti che non si possono permettere il lusso di un bel bovino! Belle ed eleganti anche le tovaglie stampate con i classici decori in stile romagnolo.

 

Le “Teline” artistiche prodotte dalla Bottega Pascucci a destra, mentre a sinistra vediamo un’antica coperta per proteggere il cavallo dagli insetti molesti

 

 

 

 

Ricordiamo che tutti i manufatti prodotti nella Bottega Pascucci sono realizzati artigianalmente secondo criteri e tecniche tramandati da oltre sei generazioni e li trovate a Gambettola (FC) in Via Giuseppe Verdi, 18. Per contatti o prenotazioni: Tel. 0039-0547.53056 – http://www.pascucci1826.it   –   e-mail: info@pascucci1826.it

 

Esterni dell’antichissima Bottega Pascucci con i due esponenti della VI generazione della Famiglia Pascucci: Giuseppe e Riccardo 

 

Nel collage in alto vediamo l’allestimento coreografico in esposizione all’esterno dell’antica Bottega Pascucci; nella foto a sinistra una coperta per buoi interamente stampata e prodotta ai giorni nostri da Giuseppe e Riccardo i quali utilizzano ancora le tecniche e gli stampi originali di centinaia di anni fa. A fianco la scultura lignea in grandezza naturale del Santo con due animali ai piedi, realizzata dal noto artista cesenate Fiorenzo Montalti, il quale da anni ripropone nelle sue mostre ed esposizioni oggetti e immagini che rievocano l’antica tradizione del 17 Gennaio. (Nelle immagini che seguono la Mostra del Gennaio 2018 e per contatti: collage@alice.it )

In un passato non troppo lontano, tutti i capofamiglia e gli uomini di casa ricevevano un santino, che, credenti o non, conservavano nel portafogli a protezione dei loro animali. Chi vuole vedere molte di queste antiche immaginette che si appendevano alle porte delle stalle e nei porcili, dovrà attendere la fine di questa attuale epidemia, con date e località da stabilirsi ma, nell’attesa, possiamo ammirare la bella mostra che venne realizzata dall’artista Fiorenzo Montalti nelle cantine di Villa Torlonia a San Mauro Pascoli. Erano esposte anche stampe su tela dell’antica stamperia Pascucci.

 

Tutte le tradizioni del passato legate a Sant’Antonio Abate vengono illustrate al pubblico da anni da Fiorenzo Montalti il quale nelle sue mostre d’arte in giro per la Romagna propone, con oltre 100 pannelli illustrativi, uno spaccato storico e affascinante sulle consuetudini contadine di Romagna

 

Riccardo Pascucci ci fa vedere un piccolo capolavoro realizzato in fresco lino-cotone: una coperta da fare indossare al cavallo nei mesi caldi quando solitamente vengono tormentati dalle punture di insetti. Sapevamo da nostre ricerche che tanti contadini si recavano al mercato in biroccino facendo indossare al cavallo una rete-antimosche ma una così elegante coperta non l’avevamo mai vista. Possiamo notare, sporgenti dalla coperta, degli “sfilacci” di tessuto i quali ad ogni movimento del cavallo si muovevano e scacciavano gli insetti che si appoggiavano in attesa dello … spuntino!

 

 

 

I Porci di S. Antonio

Col nome di porci di Sant’Antonio, venivano chiamati gli animali votati al Santo che circolavano liberamente per le strade di tante città europee, riconoscibili da una campanella appesa al collo, nutriti dalla popolazione come creature sacre e intoccabili. Il merito di tanta fama lo si deve a Bonifacio VIII che trasformò la congregazione degli Ospedalieri di Sant’Agostino nell’ Ordine degli Antoniani. Ai monaci fu affidato l’ingrato compito di alleviare le pene dei sofferenti di herpes zoster, (il fuoco di Sant’Antonio) e, in questa loro missione, fondarono molti Hospitales in Europa. Così come il loro Padre spirituale nel deserto, allevarono per il proprio sostentamento tanti maiali. Infatti anche quando sarà vietato ai porci di scorazzare nel centro urbano in tutta Europa, sarà fatta eccezione solo per i maiali di S. Antonio fino al XVII secolo.

Il fuoco di Sant’Antonio

Le macchie rosse somiglianti alle vescicole dell’herpes che molti portavano sul corpo erano considerate dalla credenza popolare come segni soprannaturali del Santo. I maiali di Sant’Antonio a Napoli venivano uccisi dagli stessi monaci nel macello annesso alla loro chiesa-ospedale collocata all’estremità del popolarissimo Borgo di Sant’Antonio Abate, per ricavarne il lardo che serviva a produrre l’unguento curativo del fuoco di Sant’Antonio: “malattia cutanea di origine virale” conosciuto nel mondo popolare appunto come fuoco sacro o “fuoco di Sant’Antonio”. La conoscenza, che gli Antoniani possedevano, delle virtù terapeutiche del grasso di maiale alleviò i lancinanti dolori dell’herpes zoster fino alla metà del ‘900 in molte parti dell’ Italia e dell’ Europa. Il giorno della festa del Santo i maiali allevati comunitariamente venivano poi macellati e le carni distribuite ai poveri o vendute e il ricavato devoluto per opere parrocchiali o assistenziali.

 

Tratto da un interessante articolo di Piero Camporesi sui “Guaritori” di Romagna; possiamo vedere in azione il “Guaritore” in loc. Canuzzo di Cervia il quale inizia il rito per la segnatura del “Fuoco di Sant’Antonio” e procede tenendo un pezzetto di carbone in mano e una vera d’oro nel dito indice come da foto. Abbinati al rito, formula magica ed un rituale da rispettare con scrupolo. Nelle immagini anche la segnatura dei “Fiurèt” in gola in alto, mentre la Guaritrice di Fusignano (in basso) “scongiura” contro “l’orzaiolo”

 

Proteste per i maiali “privilegiati”

Il fatto di poter lasciare vagare liberi i porci dei frati antoniani per le vie della città per procurasi cibo gratis suscitava diverse proteste e divenne per molti una specie di incubo tanto che questo contribuì a peggiorare la reputazione del maiale. Tale privilegio era così radicato che neppure il grande letterato fiorentino Francesco Guicciardini, che era stato chiamato dal papa Leone X a governare la città di Modena, riuscì a trasformare i porcili in ambienti da abitare e a togliere i porci di S. Antonio dalla città, se non per brevissimo tempo. A Bologna l’unica limitazione era che i maschi fossero castrati ed avessero un anello al naso.

Sempre a tema proteste, reclami dei tempi passati … un’altro grande letterato fiorentino parla del “porco di Sant’Antonio” scagliandosi contro i porci e i frati Antoniani o per meglio dire la Chiesa. Lo fa Dante nella Divina Commedia parlando dell’ipocrisia della chiesa che lucrava sulle indulgenze, e cita il porco come metafora di chi imbrogliava la gente “vendendo” purificazioni spirituali. ” Di questo ingrassa il porco sant’Antonio e altri assai che sono ancor più porci, pagando di moneta senza conio.” (Paradiso, Canto XXIX)

 

Dante Alighieri

 

Il Miracolo della Scrofa

Si racconta che il beato Antonio, ad insaputa di tutti e miracolosamente trasportato, si trovava presso la città di Barcellona dinnanzi alle porte del palazzo del re. Una scrofa, trattenendolo con le fauci, trascinava un porcellino zoppo e malato che aveva appena partorito. Lo depose ai piedi del Santo e con lamenti e grugniti chiedeva, come poteva, la guarigione. Il Santo, uomo di Dio, operò la guarigione dell’animale malato a mezzo del segno salutifero della croce. Per tale miracolo il Santo Padre fu da tutti riconosciuto e accompagnato dal re, gravemente ammalato, a cui, secondo quanto è narrato, restituì la salute, convertendo lui e la città al culto di Dio. Perciò gli abitanti di quella regione, a ricordo, rappresentarono per immagine dell’impresa quel Santo con ai suoi piedi un maiale.

Una stampa di legno, datata Lione 1555, riproduce il miracolo della scrofa.

 

La stampa lignea di Lione sul “Miracolo della scrofa”

 

Tradizioni contadine

E’ forse l’unico santo che oltre ad essere rappresentato nel tipico formato del “santino” viene stampato anche in un foglietto più grande (di solito di cm. 23,5 x 16 o 11,5 x 16) per poter essere più visibile una volta appeso. Va alla memoria che in campagna il “santino” e l’immaginetta più grande del santo in occasione della “Bandizion ad Sant’Antòni”, venisse appesa alla porta della stalla o in qualsiasi altro ricovero per animali. Gregorio Magno diceva che il “santino” è la parola della Chiesa ma … può essere il libro di coloro che non sanno leggere. Quello che è la Sacra Scrittura per coloro che sanno leggere, è l’immagine per gli ignoranti: per mezzo dell’immagine gli ignoranti imparano il cammino da seguire. Il “santino” in quel passato recente, ieri più di oggi, scandiva il tempo liturgico cristiano e aumentava la devozione. Infatti ogni domenica alla Messa al momento dell’Offertorio, se ne riceveva uno a ricordo della festa religiosa che si celebrava. I più devoti conservavano nel portafogli qualche “santino” mentre altri venivano collocati all’interno della propria abitazione, come ad esempio il santino del Sacro Cuore che veniva attaccato all’interno della madia per “santificare il pane”. Certo è che il “Santo del maiale” e “sent de baghen” come viene ancora chiamato amichevolmente Sant’ Antonio dalla gente di Romagna, ha un repertorio iconografico che conta centinaia e centinaia di piccole e grandi illustrazioni.

 

 

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Buon 2022 a tutti.