Sulle pagine di “Carrozze & Cavalli” ci siamo soffermati più volte sull’impiego degli attacchi negli scenari di guerra, dalle leggendarie Voloire all’artiglieria pesante ippotrainata, senza dimenticare i fedeli muli, fondamentali sulle montagne, utilizzati per il trasporto di parti di cannone, munizioni, provviste ed acqua, così come abbiamo parlato anche della tipica carrozza a due ruote che dall’uso militare deriva, il Military (vedi in calce i link ai nostri articoli già pubblicati).

 

Nella collezione non poteva mancare la carrozza a due ruote nata per l’impiego militare destinata agli spostamenti logistici e anche all’attività ludica: il Military. Questo esemplare reca la firma di Bassi, Bologna

 

Ebbene, c’è o meglio c’è stato perché ci ha lasciato poche settimane fa, un grande uomo di cavalli che ha veramente vissuto per tutta la vita in simbiosi con il cavallo a 360° e dalla cui passione per questo animale e per il mondo militare è scaturito il suo sogno: quello di tramandare ai posteri una sintesi visiva del connubio di questi due mondi. E’ nata così, attraverso ricerche, incontri a lungo sollecitati o del tutto fortuiti, la consultazione di decine e decine di testi sull’argomento e la caparbietà di voler giungere all’obiettivo finale che Albert Moyersoen è riuscito in un’impresa unica al mondo, che neppure i più quotati musei possono fregiarsi di possedere: il suo “Museo del cavallo militare”.

 

L’ingresso a quello che per Albert Moyersoen era la realizzazione di un sogno

 

I nostri lettori ci permetteranno questa volta di esulare dall’ambito degli attacchi propriamente detti, anche se proprio nel museo messo insieme faticosamente e con grande passione dal Barone Moyersoen non poteva mancare la presenza dell’equipaggiamento originale per il traino di un pezzo di artiglieria tedesca. Poi, per difficoltà oggettive di reperimento, di trasporto e di spazio, la raccolta si è concentrata sui cavalli montati dai soldati delle cavallerie europee durante il secondo conflitto mondiale.

 

Anche in guerra gli attacchi hanno fatto la loro parte: qui viene rappresentata l’artiglieria con reperti dell’esercito tedesco

 

Per illustrare quello che è stato l’iter per il reperimento delle sellerie originali esposte, abbiamo intervistato il figlio di Albert, Jean Marie Moyersoen, già colonnello del Reggimento Lancieri di Montebello, insignito dell’onorificenza di Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana e Comandante dal 2004 al 2008 del Gruppo Squadroni a Cavallo. Ecco il suo racconto.

 

Il Col. Jean Marie Moyersoen (in piedi) con due militari del reggimento di cavalleria “Lancieri di Montebello”

 

“La raccolta del papà è iniziata vari anni fa, un po’ per la sua passione, quella legata all’ambiente dei cavalli in generale ma prestando al contempo un occhio di riguardo anche a quello militare che riguardava i cavalli impiegati in questo ambito derivante dalle sue esperienze personali. Infatti durante l’ultima guerra ha vissuto l’occupazione del Belgio, suo paese di origine, da parte delle truppe tedesche e soprattutto della cavalleria tedesca, il che gli ha permesso di rendersi conto dell’immensità del numero di cavalli che venivano utilizzati ancora in un esercito che era ritenuto il più moderno del mondo per quegli anni. Inoltre la casa di famiglia era stata anche occupata da un ufficiale veterinario tedesco ed era stato allestito un ospedale di assistenza veterinaria nella zona della città dove lui da ragazzo dimorava e quindi ha vissuto un po’ questa esperienza.

 

Uno scorcio davvero imponente

 

Arruolatosi volontario nell’esercito belga ricostituito da parte degli inglesi dopo lo sbarco in Normandia, nell’autunno del ’44, durante il suo addestramento, era stato destinato a un’unità di cavalleria blindata in un reggimento che faceva parte della brigata Piron. A un certo punto nella sua esperienza venne a contatto con varie possibilità di montare a cavallo. Anche in tempo di guerra c’era una se pur minima possibilità di esercitare un’attività di svago, per lo meno un’attività libera dal servizio. Allora incominciò ad organizzarsi prendendo in affitto dei cavalli e pagandoli con delle sigarette; lui non fumava e aveva riempito il cofano dell’autoblindo con queste casse che erano destinate agli equipaggiamenti, in modo da poterle barattare con i contadini che mettevano a disposizione il loro cavallo, magari recuperato dall’esercito o che era stato utilizzato per i trasporti: si trattava di cavalli leggeri che potevano anche essere montati. Però all’inizio mio padre era visto un po’ male perché era un soldato semplice e il fatto che mettesse gli stivali e gli speroni e lo si vedesse uscire dall’accampamento per andare con questo abbigliamento a divertirsi per andare a montare a cavallo non era visto di buon occhio. In seguito, rifornendo di cavalli anche i colleghi, soprattutto gli ufficiali, era entrato nelle loro grazie e quindi aveva campo libero per uscire e procurare i cavalli. Questa è stata una delle sue tante esperienze.

 

Bardature della Cavalleria Belga e Olandese

 

Facciamo un passo indietro. Durante il periodo successivo allo sbarco, prima di arruolarsi, era già un appassionato esperto di cavalli benché avesse solo 18 anni e pertanto venne ingaggiato dalle unità partigiane per circa due mesi perché seguisse i cavalli che venivano recuperati dall’esercito tedesco in rotta, cavalli abbandonati, spesso feriti. Quindi con le truppe partigiane e alcuni soldati tedeschi prigionieri aveva organizzato questo servizio di gestione dei cavalli in una scuderia che era stata allestita nella città di Aalst. Anche lì era dunque venuto a contatto con l’ambiente militare e aveva potuto osservare da vicino alcune caratteristiche particolari che riguardavano il cavallo militare.

 

In alto viene presentata la bardatura della Germania, in basso a sinistra quella destinata al traino nell’Artiglieria e a destra tutto l’equipaggiamento dei Cosacchi, alleati della Germania

 

In un certo senso questa sua esperienza vissuta durante il periodo bellico a un certo punto della sua vita lui la volle raccontare, la volle approfondire.

Nel dopoguerra venne in Italia, si sposò e aprì un centro ippico nella zona di Carpiano che fa parte della provincia di Milano e alla fine degli anni ’50 e negli anni ’60 cominciò ad allestire e a organizzare questo centro ippico, dando qualche lezione ed entrando in contatto con il mondo del commercio dei cavalli, per esempio al mercato di Monza.

 

Equipaggiamento completo della Cavalleria Italiana e Svizzera

 

In quegli anni sui mercati arrivano materiali di selleria usati un po’ dai contadini, un po’ recuperati sulle zone di operazione dai vari eserciti e un po’ anche custoditi nelle caserme, nei magazzini, e dimenticati. Piano piano questo materiale veniva richiesto dal turismo equestre che nacque in Italia proprio in quel periodo. Era materiale robusto, di buon prezzo perché venduto usato, materiale che offriva buone caratteristiche per fare delle passeggiate e stare molte ore a cavallo. Così mio padre incominciò a trovare dei pezzi di selleria e a ricordarsi che lui, durante la guerra, aveva potuto osservare da vicino questi cavalli militari abbandonati. Aveva collaborato con i prigionieri dell’esercito tedesco e della cavalleria che erano nella sua città e quindi aveva visto questo materiale. Incuriosito, pensò di raccogliere quello che riusciva a trovare.

 

Non possono mancare le bardature della Cavalleria Francese (a sinistra) e di quella coloniale di Algeria e Marocco (a destra)

 

Poi trascorse un periodo di circa 6-8 mesi in Portogallo come allievo da Nuño Oliveira e da lì un giorno, spostandosi con lui nella città di Lisbona, incontrò dei conoscenti di Oliveira, che erano militari, e che dissero: “Noi abbiamo un sacco di materiale che dobbiamo bruciare e distruggere perché faceva parte dei reparti di cavalleria che già da vari anni sono stati dismessi, sciolti”. Quindi mio padre venne in contatto anche con questo materiale dell’esercito portoghese, ottimo, robusto, di buona consistenza, anche di buona conservazione perché i militari lo avevano tenuto ancora con una certa attenzione; riuscì così ad approvvigionarsi di varie selle, testiere, coperte, tutto materiale che veniva utilizzato da questi reparti nelle caserme. Pensò che per il centro ippico poteva essere utile, anche per poter poi un domani scambiarlo con altri collezionisti. Quindi questa è stata una grossa fortuna perché molte persone che avevano accumulato nel tempo materiali di selleria se ne privavano magari con dispiacere però lo scambiavano magari con più facilità per avere un pezzo che a loro mancava, per avere un’altra parte di selleria che potevano utilizzare. Ricomporre dei finimenti e soprattutto una bardatura completa non era facile, perché quello che veniva messo in commercio era solamente magari il 30%: la sella, il morso, le staffe, la testiera, ma non più di tanto, poi incominciavano a mancare la martingala, le varie cinghie, le bisacce, le buffetterie che erano applicate alla sella: più la collezione veniva arricchita, più  ci si accorgeva che era arduo trovare tutte le componenti.

 

Qui vengono rappresentati il Portogatto (in basso) e l’Ungheria (in alto)

 

Allora ha dovuto anche viaggiare per andare a sentire chi aveva del materiale, chi aveva saputo che c’era stato un abbandono di reparti di cavalleria che durante la guerra avevano lasciato indietro tutta la dotazione; questo significava entrare in contatto con le unità agricole, ovvero le aziende che potevano aver preso il materiale e cercato di utilizzarlo poi per la campagna. Negli anni ’60 in Lombardia e nell’Alta Italia in genere c’erano ancora molte aziende agricole, molte cascine che avevano mantenuto un numero minimo di cavalli. Quindi questo materiale, soprattutto dei reparti del traino, dell’artiglieria ippotrainata o artiglieria a cavallo era costituito da pezzi che potevano essere ancora utilizzati in campagna. Così facendo riuscì a ritrovare alcune persone disposte a scambiare questo loro materiale.

Dopo qualche tempo si presentò un’altra occasione insperata. Con la vendita dei cavalli dei reparti di cavalleria dell’esercito svizzero per l’appiedamento dei famosi 14 squadroni, anche tutto il materiale che componeva la bardatura completa del cavallo militare andò sui mercati. Questo consentì a mio padre, negli anni ’70, di acquistare una bardatura completa di tutti i suoi particolari, compresa ad esempio la brusca per fare brusca e striglia al cavallo, gli speroni del cavaliere, insomma tutta la dotazione che gli ha permesso di preparare un cavallo nei suoi dettagli, così come veniva utilizzato nell’ambito dell’esercito. Anche questo è stato per lui un felice traguardo.

 

A sinistra la bardatura impiegata dalla Gran Bretagna, a destra quella della Polonia

 

Un’altra opportunità è stata la fiera di Novegro, alle porte di Milano, che negli anni ’80 aveva messo in campo una nuova iniziativa aprendo l’esposizione-mercato intitolata “Militaria”. Su questa iniziarono a convergere collezionisti che nei loro stand esponevano e vendevano, chi una bisaccia, chi un pezzo di una sella, chi un paio di staffe. Anche questa occasione fu per mio padre propizia per poter comprare quello che gli mancava. Ma soprattutto anche per acquisire delle informazioni da questi venditori, in modo da risalire alla fonte e recuperare dei dettagli che magari non erano neanche stati acquistati o presi in considerazione da questi commercianti, che di selleria e di finimenti non ne capivano nulla. Così scoprì che lungo il Po, alla fine della guerra, nel ’44, i tedeschi avevano lasciato nelle zone delle cascine che sorgevano sulle rive del fiume molto materiale dei reparti ippotrainati, dei reparti di artiglieria, perché il personale aveva dovuto attraversare il fiume con gommoni di fortuna, con guadi improvvisati, abbandonando tutto e trattenendo solo le armi, liberandosi quindi di tutto il restante materiale. Trovò per esempio delle cascine dove erano conservate ancora delle casse con una moltitudine di ferri di cavallo, da quelli invernali, a quelli da ghiaccio, nonché pezzi di finimenti e addirittura un traino completo in tutti i suoi dettagli di un pezzo di artiglieria che era stato abbandonato e tenuto anche in condizioni non tanto buone, ma che è stato molto utile per poter poi arricchirsi della conoscenza di quelli che erano tutti i dettagli e identificare le parti che gli mancavano.

 

Una pregevole collezione di ferri molto particolari rinvenuti in una cassa semi dimenticata in una cascina dell’Alta Italia

 

E così pian piano, trovando poi dei cavalli in vetroresina che consentivano di esporre le varie bardature, incominciò ad allestire una sala, prima piuttosto piccola poi sempre più grande, facendo dei lavori di ristrutturazione in una vecchia stalla delle mucche e allestendo una struttura veramente completa, contenente tutto quanto era stato in dotazione dei paesi che avevano combattuto durante la seconda guerra mondiale e avevano avuto in servizio vari reparti di cavalleria.

 

Uno spazio è stato riservato anche ai finimenti in uso presso la Cavalleria degli Stati Uniti. A destra una sella proveniente dall’Unione Sovietica con il significativo cartello della consistenza equina durante il secondo conflitto mondiale: 3.500.000 cavalli!

 

Così, attraverso vari racconti della storia, acquistando e consultando senza problemi libri di testo in varie lingue, facilitato anche dal fatto che conoscendo 5 lingue poteva benissimo tradurre dal tedesco, dal fiammingo, dal francese, dall’inglese e dal portoghese varie documentazioni, vari libri che lui trovava anche all’estero, riuscì ad acquisire informazioni preziose.

 

Al centro uno dei libri più significativi per il reperimento di informazioni precise sulle Cavallerie della Seconda Guerra Mondiale, parte di una nutrita collezione di volumi in tutte le lingue, ben suportati da un’ampia documentazione fotografica

 

Un particolare che contribuì ad arricchire le conoscenze utili per questa raccolta avvenne nel 2005 quando, viaggiando in Germania, riuscì ad incontrare il generale Philipp von Boeselager, un generale di cavalleria dell’esercito tedesco che aveva fatto servizio come colonnello. Aveva fatto tutta la campagna di Russia a cavallo riuscendo a riportare il proprio reggimento in Austria e consegnarlo agli Americani ancora intatto con tutto l’equipaggiamento e tutto il materiale in ordine, ancora militarmente ben organizzato. Quindi questo generale ebbe modo di raccontare a mio padre i tanti aspetti di quella che era stata la sua esperienza come ufficiale di cavalleria, fornendo dettagli sull’impiego della cavalleria e riferendo di come era stato contrastato inizialmente dal Führer e di come successivamente, nel momento in cui c’era stata scarsità di benzina, una parte dei reggimenti era stata ricostituita e potenziata. Sono tanti gli aneddoti che von Boeselager raccontò a mio padre. Ad esempio che i muli di parte dell’esercito inglese durante la guerra contro i Giapponesi venivano paracadutati, cosa che egli non si sognava certo di immaginare. A tale scopo venivano usate delle specie di pallet dove i muli, addormentati, venivano legati e poi lanciati con il paracadute e a fianco venivano lanciati i conducenti. Questo incontro fornì tante informazioni e nello scambio di esperienze il colloquio tra due appassionati risultò veramente costruttivo.

 

Cavalli e muli a basto, insostituibili compagni dell’uomo in armi

 

Un rammarico è stato quello di non aver mai potuto incontrare invece, per la parte italiana, un personaggio molto famoso, Amedeo Guillet, una figura storica che ha vissuto dei momenti molto particolari della cavalleria italiana: la cavalleria coloniale in Eritrea quando nella Seconda Guerra Mondiale combatté contro gli inglesi. Ai combattimenti era seguita una sorta di armistizio dell’Africa orientale e quindi a un certo punto combatterono con degli indigeni locali, con bande a cavallo, con altri ufficiali, creando uno scompiglio notevole tra le truppe; Guillet era quindi ricercatissimo dal servizio segreto inglese e dal controspionaggio, era un personaggio che aveva fatto molto parlare di sé. Purtroppo non abbiamo avuto l’occasione di creare questo incontro ma ci sono stati lo stesso degli scambi di immagini e fotografie che io stesso ho portato al generale Guillet in modo da illustrare anche un po’ la collezione di mio padre.

 

Uno schieramento ordinato che merita di essere osservato da vicino per comprenderne appieno le particolarità che differenziano gli equipaggiamenti dei vari reparti di Cavalleria implicati nel conflitto

 

La collezione, allo stato attuale, consta di 14 cavalli in vetroresina e 2 muli, tutti in grandezza naturale, che portano le sellerie dei paesi che hanno combattuto durante la seconda guerra mondiale e hanno avuto reparti di cavalleria come la Polonia, la Francia, l’Italia, la Germania della quale ha reperito anche un traino di artiglieria, l’Ungheria, il Belgio, l’Olanda, la Gran Bretagna, la Svizzera e il Portogallo. Quindi questi paesi sono ben rappresentati. I due muli hanno delle bardature dell’esercito italiano per dare anche un giusto riconoscimento al sacrificio degli Alpini durante la seconda guerra mondiale. Anche da lì mio padre ha raccolto delle testimonianze interessanti per bocca del personale che lavorava qui in cascina ma aveva fatto il servizio militare negli Alpini con i muli, quindi con le salmerie o con l’artiglieria da montagna. Erano persone che ancora a fatica rivelavano quello che avevano fatto perché in varie occasioni, per salvare il loro mulo, avevano magari disubbidito agli ordini oppure avevano preso delle iniziative che sarebbero state punite in quel momento addirittura con la fucilazione, come ad esempio se abbandonavano il campo per andare a prendere dei secchi d’acqua: tutte cose che effettivamente ancora dopo tanti anni queste persone avevano un certo timore a raccontare.

 

I cartelli che illustrano con dati di fatto la consistenza in materia di cavalli presenti nei vari eserciti

 

Tutto questo patrimonio immenso di informazioni, di libri, di racconti, di testimonianze, alla fine hanno fatto sì che il museo venisse arricchito da un racconto interessantissimo da parte di mio padre. Quindi poter illustrare e mostrare la fedele rappresentazione di questi 10 milioni di cavalli che sono stati impiegati durante la seconda guerra mondiale come cavalli militari, penso sia stato un suo desiderio che è riuscito pienamente a coronare dando vita a questa sua collezione.”

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Qui termina il racconto di Jean Marie Moyersoen, che tuttavia conosce tanti altri aneddoti capaci di arricchire ulteriormente una visita che già di per sé rappresenta un unicum.

Purtroppo la collezione è ancora poco conosciuta: è un peccato perché è unica nel suo genere e rappresenta un bagaglio di conoscenze che qualsiasi appassionato di cavalli dagli ampi orizzonti dovrebbe essere desideroso di approfondire. Compatibilmente con gli impegni di famiglia, Jean Marie, che se ne occupa in prima persona, intende aprirla al pubblico, solo su appuntamento, ipotizzando di accogliere i visitatori nei mesi di maggio, giugno e settembre del 2022. Questo il numero telefonico per contattarlo: 338 636 2244.

 

 

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