RENATO BRUZZONE CI FA RIVIVERE LE ATMOSFERE DI IVREA NEL TEMPO CHE FU

(Testi a cura di Renato Bruzzone)

Ivrea, Carnevale 2016, domenica 7 febbraio. L’amico dott. Aldo Bessero mi disse: “Vieni, vieni, c’è una sorpresa”. Mi lasciai condurre. La gradita quanto imprevista apparizione nella penombra del cortile “Bardessono” di cavalli alla bardatura legati agli anelli ancora lì, testimoni del tempo che fu sul fronte del basso fabbricato e di cavallanti intenti a lucidare finimenti già ben ordinati sulle rastrelliere, insieme a donne spigliate nell’accudire con gesti sapienti code e criniere (è scena o scenografia?), d’un tratto mi ha riportato a mente la pacata atmosfera della vecchia cara Porta Vercelli. Qui la Caserma Lamarmora fronteggiava l’aulico Palazzo Mazzonis dalle linee classicheggianti e, a latere, spiccava l’edificio, stile littorio, sulla cui facciata era delineata la gigantografia dei possedimenti coloniali italiani in Africa. Allora corso Botta si incontrava con la polverosa via Circonvallazione da cui due volte al dì passava la sferragliante tranvia Ivrea-Santhià, luogo questo tra i più “trafficati” della città; ivi transitavano fin dal mattino birrocci, bighe trasporto vitelli, carri botte, tombarelli stracarichi di sabbia della Dora ancora grondante e, spesso, anche carretti trainati a mano colmi di verdure e primizie. Momenti irripetibili di vita contadina!

 

… la lanterna dondolante sotto l’assale pareva anch’essa risvegliarsi …

 

Meno frequentemente, ma più piacevole per noi ragazzini, era il veder sopraggiungere i calessini al trotto per poi tentare di competere con i veloci destrieri sciamandogli dietro. Di quando in quando passavano carrozze dirette chissà dove … Rarissima invece la visione del Landaulet del Vescovo, dal bel colore verde scuro, con cui il porporato si recava in visita pastorale ai confini della Diocesi. E proprio nel fabbricato d’angolo con via Palestro nel detto cortile Bardessono aveva la sua fucina il maniscalco Giuseppe Vercellone, pubblicizzata sopra il portone d’ingresso con una grande insegna in ferro battuto. Il novello Vulcano, grembiule in cuoio, non appena si accorgeva dell’arrivo del carro atteso per il lavoro, magari con la tenaglia in mano dell’opera ancora in essere sulla forgia, sbucava lesto lesto nel corso per osservare il passo dell’animale e coglierne così, in movimento, eventuali difetti d’appiombo. D’improvviso m’è parso di risentire la musicalità del suo gesto antico ed il ritmo cadenzato del martello sull’incudine seguito dalla ripresa ferrigna in sobbalzo del martello del garzone in uno con la senzazione dell’acre pervasivo odore dell’unghia ancora fumigante dal calco del ferro rovente sciiuuuuuu …

 

 

L’attigua bottega del sellaio Carena

 

L’attigua bottega del sellaio Carena completava poi il luogo magico. All’interno, appese alle pareti, incombevano grosse collane con borchie e bastoni filettati, fruste di Nole, mazzi di crini per pettorine antimosche, briglie consunte in un angolo, e, su di un banchetto, mezze lune di Blanchard luccicanti, barattoli nerastri di pece per la “tra” (filo di sutura del cuoio), fustelle, punzoni, sellerine e poi rotoli di pellame e ritagli di cuoio dappertutto; roba da stampa inglese del ‘700. Allora la vita scorreva così, con il passo lento del TPR – Tiro Pesante Rapido – accompagnato dal cigolio di qualche fuso fin troppo usurato, ecologica ninna-nanna del carrettiere che, sonnecchiante sul pianale, gambe a ciondoloni dalla stanga, si lasciava condurre, sicuro, dal suo fido “Morello”. Ogni tanto si udiva qualche schiocco di frusta e la lanterna dondolante sotto l’assale pareva anch’essa risvegliarsi. Per non parlare del passaggio di carri carichi all’inverosimile con barrocciai sprofondati, su in alto in mezzo ai covoni tanto che le redini sembravan dritte dritte svanir nel nulla.

 

 

Questo era un mondo a parte e l’Albergo “Corona d’Italia” con stallaggio e cambio cavalli in fondo alla corte (ingresso anche da via Bertinatti) era, a suo modo, luogo di aggregazione; chissà di quante storie, vicende, contrattazioni concluse con una semplice stretta di mano e fors’anche di qualche baruffa per un bicchiere di troppo, sono stati muti osservatori quei muri, mentre i cavalli stanchi, alla cavezza, “frangean” la lor scarsa profenda. Ancor più si animava il luogo durante la festa patronale di San Savino per la tradizionale fiera equina tutt’intorno alla romantica dominante Torre di Santo Stefano. Nel parco sotto gli alberi pervadeva, rumoroso, un universo di cultura agreste, fatta di consuetudini, esperienze, di folclore, basti pensare alle scorrerie su e giù per il corso con i cavalli alla “longia” (Longhina: corda con la quale il conducente faceva correre il cavallo a mano), eccitati da sonori schiocchi di frusta, alle trattative ad oltranza per strappare qualche centesimo dal prezzo (allora il risparmio era regola di vita), alle prove di forza degli animali nella piazza del Rondolino con una trave tra i raggi del carro – magari anche zavorrato – per saggiarne lo spunto.

 

 

 

E poi, colori, colori, tanti colori, nitriti, vociare indistinto ed ovunque il profumo di fiera viva … Sensazioni che la memoria ha fatto rivivere, intense, anche nei particolari, all’epoca quasi insignificanti ora invece magistrali tocchi di pennello del tempo perduto. Par quasi di rivedere il valligiano riconoscibile dalla particolare camminata, zaino in spalla che con il bastone ritorto saggia la reattività di un mulo sfiorandogli appena la groppa, il commerciante di foraggi, che, strappata, furtiva, una manciata di fieno dal carro, la odora (se profuma di tabacco è di buona qualità), il contadino che con il rosso foulard annodato di traverso al collo e calzettoni di lana grezza solleva ad una ad una le zampe del “bardotto” di cui gli erano stati decantati i mille e mille pregi, il cestaio di Cossato annodare i vimini di roggia, l’impagliatore di sedie della Val Chiusella seduto a terra tra le sue paglie ed il pastore accovacciato presso il “burnel” intento ad intagliare zufoli e trottole di legno. Immancabile poi la predicente zingara dalla lunga treccia corvina.

 

 

E perché non ricordare le allegre monferrine del “duoCerina (mandolino) e Tumera? (chitarra). Per quei conosciutissimi giullari eporediesi “aventi sede” alla Barra di Ferro, nota bettola della città, un buon bicchiere di Barbera offerto da commensali sistemati alla buona su balle di paglia tra le possenti groppe degli animali costretti ai canapi, era il “LA” per un pezzo vernacolare a richiesta; poi con l’immancabile “Piemontesina bella” s’accomiatavano … e l’asino accanto da par suo salutava muovendo, repentine, le orecchie. Al termine della sagra, chi soddisfatto per gli acquisti, chi insoddisfatto per l’invenduto, tutti comunque hanno lasciato un’orma ancor oggi affascinante, non certo evanescente come la polvere sollevata dagli zoccoli del cavallo lanciato dal carrettiere ebbro al gran galoppo sulla via del ritorno, via che portava più a destini che a destinazioni. Grazie Aldo!

 

 

 

 

Siamo riusciti a trovare due interessanti video con belle e significative immagini di alcune sfilate con in prevalenza attacchi da lavoro, concludiamo augurandovi buona visione.

 

 

 

 

https://www.youtube.com/watch?v=lxFzHXbQAPA