Cavallo Shire codimozzo

 

Qualche settimana fa abbiamo pubblicato un interessante articolo a firma Susanne E.L. Probst che trattava dei cavalli di razza Bramantina allevati in Belgio e nel testo dell’articolo era riportata una frase che ha destato molta curiosità tra noi addetti ai lavori e maggiormente tra i tanti lettori che ci seguono e che gradivano saperne di più. “In Belgio è proibito mozzare la coda ai cavalli, in Italia no“. A seguito di questa affermazione abbiamo iniziato le ricerche. In questi tempi di epidemia diffusa, con gli spostamenti che vanno dalla cantina alla cucina e viceversa, abbiamo trovato il tempo per approfondire questa tematica che ha origini antiche sotto il termine di Cavalli “Codimozzi”.

 

Le tre fasi dell’intervento da un libro inglese del primo ‘900

 

“Codimozzo” è un termine che le giovani generazioni probabilmente neppure conoscono, in quanto fa riferimento a pratiche ormai fortunatamente desuete. Si tratta di un aggettivo che indica “che ha la coda mozza”, riferito a cani e soprattutto cavalli. Nel gergo equestre questo aggettivo veniva anche sostantivato per cui “un codimozzo” era un cavallo a cui era stata amputata la coda. In fondo è un’espressione che fa parte della nostra storia e come tale non deve essere preda dell’oblio. Chi ad esempio ha frequentato qualche decennio fa gli allora Istituti di Incremento Ippico in varie regioni italiane ha memoria di una serie molto sostanziosa di stalloni belgi, francesi, olandesi, ecc. tutti rigorosamente codimozzi.

 

BOULOT, stallone belga del 1934, di stanza all’Istituto di Incremento Ippico di Crema

 

Il primo approfondimento sul tema ce lo presenta Susanne E.L. Probst, autrice dell’articolo di qualche settimana fa (https://www.carrozzecavalli.net/2020/04/nelle-terre-dei-giganti/).  Seguirà poi una carrellata a 360° a tema, con appunti storici da parte della Redazione, per poi concludere con una intervista e colpo di scena del Direttore di ANACAITPR, dott. Giuseppe Pigozzi

 

Tiro a Quattro di cavalli codimozzi dell’I.I.I. di Crema alla Fiera di Cremona del 1980

 

 

La caudectomia e il benessere animale

Testo e immagini di Susanne E.L. Probst

L’intervento di caudectomia, ossia la rimozione chirurgica delle vertebre caudali (da quattordici a ventuno secondo le varie razze) che compongono la coda dei cavalli, è stato fino a poco tempo fa una pratica consueta in gran parte dei territori di utilizzo di equidi da lavoro. Meno frequente nei cavalli da sella, ne testimonia comunque il pittore fiorentino Paolo Uccello con le sue opere della Battaglia di San Romano del 1438. Nella tavola conservata agli Uffizi, si vede al centro il condottiero Bernardino della Carda al momento del disarcionamento dal suo destriero grigio che ha, come tutti gli altri destrieri dell’esercito senese, la coda amputata.

L’artista, descritto già dal Vasari come attento osservatore che amava dipingere gli animali, ci ha lasciato con le sue opere una preziosa documentazione relativa al tema delle code dei cavalli. Infatti nel dipinto, oggi alla National Gallery di Londra, che mostra il condottiero Nicolò da Tolentino alla guida delle truppe dell’esercito fiorentino composto da ben quattromila cavalli, i destrieri portano la coda lunga e sciolta. Mentre nell’ultima, esposta al Louvre, le code dei cavalli in battaglia al seguito di Micheletto Attendolo, il condottiero di Cotignola in soccorso ai fiorentini, sono intatte e ben legate con un bel nodo finale. https://www.uffizi.it/opere/battaglia-di-san-romano

 “La Battaglia di San Romano” del pittore Paolo Uccello. Dall’alto: 1) Niccolò da Tolentino alla testa dei fiorentini (Londra, National Gallery); 2) Disarcionamento di Bernardino della Carda (Firenze, Galleria degli Uffizi); 3) Intervento decisivo a fianco dei fiorentini di Michele Attendolo (Parigi, Museo del Louvre)

 

Alla fine del Quattrocento pure il grande maestro Leonardo da Vinci non disdegna di eseguire alcuni schizzi di bei posteriori di equini privi della loro appendice caudale.

Studi di Cavallo da Leonardo da Vinci, fine XV secolo. Il disegno del posteriore nel quale si nota chiaramente la coda caudectomizzata (Collezione privata) L’originale si trova nella collezione di Disegni e Stampe della Regina Elisabetta II nel castello di Windsor.

 

 

Disegni di George Stubbs, tratti da The Anatomy of the Horse, Londra 1766 (collezione privata) Si vedono sia lo scheletro intatto che il cavallo con le vertebre caudali recise. Come era frequente in Inghilterra nel ‘700 per una questione di moda.

 

E in Gran Bretagna, durante il Settecento, si diffuse il canone estetico che chiedeva come cavallo ideale un soggetto con la groppa alta, sottolineata da un moncone di coda ritta. Lo testimoniano i numerosi ritratti del pittore di genere d’eccellenza, George Stubbs, tra cui quello del famoso purosangue inglese Eclipse, uno dei capostipiti di questa razza e la cui genetica è tuttora presente nell’80% dei cavalli da corsa. Lo stesso Stubbs non era soltanto un artista acclamato ma anche un esperto in anatomia equina. Infatti nel suo atlante anatomico, pubblicato a Londra nel 1766, sono illustrati gli scheletri sia con le vertebre caudali intatte che recise. E perfino nelle opere tra Ottocento e primo Novecento del macchiaiolo Giovanni Fattori non mancano i cavalli militari e agricoli che hanno subito l’intervento alla loro estremità.

Dipinto di George Stubbs: Eclipse (credit to Art Gallery ErgsArt)

 

Le ragioni addotte per eseguire su alcuni soggetti la caudectomia erano dettate da aspetti che avevano ben poco a che fare con il benessere animale. Nel caso dei destrieri da guerra si spiega con il rischio che le code si annodassero attorno alle lunghe lance degli avversari. Lo stesso vale per i cavalli da tiro allo scopo di prevenire il pericolo che i crini lunghi e folti, caratteristici di molte razze soprattutto da tiro pesante, si potessero impigliare nei finimenti da attacco. In alcune zone erano soltanto le femmine ad essere mutilate per permettere agli stalloni di coprirle senza l’ingombro fastidioso della coda. Altri credevano che un tale intervento potesse servire all’igiene come per esempio per tenere più facilmente pulite le cavalle in calore o i soggetti afflitti da diarree. Per ultima, e forse fu proprio questa la motivazione principale, vi era il desiderio di valorizzare ulteriormente, nei soggetti destinati alla macellazione, le rotondità del loro posteriore e renderli così più commerciabili. L’unica ragione plausibile e mirata alla sicurezza che potesse giustificare in parte un intervento così drastico consisteva nell’eventualità che il contadino venisse colpito in faccia dai lunghi crini taglienti con il rischio di perdere la vista mentre stava seguendo il cavallo a breve distanza durante il lavoro nei campi da coltivare.

A partire dal dopoguerra tali convinzioni non trovarono più nessuna applicazione ragionata e, a mantenere in voga tale usanza crudele ed inutile, era soltanto il diktat della moda, avvalendosi dei cosiddetti valori della tradizione. Dagli anni Settanta del Novecento in molti paesi le proteste contro la pratica di caudectomia, non solo per alcune razze di cani e gatti ma anche per i cavalli, si fecero sempre più insistenti al punto da obbligare i legislatori a rivedere le condizioni giuridiche di maltrattamento degli animali. In particolare in Germania, dove già una legge del 1933 aveva interdetto la caudectomia sugli animali, fu soprattutto il giornalista ed etologo Horst Stern a scrivere sui giornali e a parlare in televisione delle sofferenze sia dei cavalli da circo che di quelli da carne e da tiro e a sensibilizzare con successo l’opinione pubblica. Infatti, nel 1988 alcuni attivisti riuscirono ad impedire la partecipazione della delegazione francese di allevatori di cavalli DTP alla prestigiosa manifestazione del Salone di Eurocheval a Offenburg, a causa della presenza di soggetti caudectomizzati.

Il grande maestro Benno von Achenbach alla guida di un tandem di cavalli codimozzi al Concorso di Berlino del 1905

Nella stessa Francia la famosissima attrice nonché animalista Brigitte Bardot intervenne personalmente con l’allora ministro per le Politiche Agricole per abolire a livello legislativo una volta per tutte questo scempio.

Nel libro “École de cavalerie” del francese François Robichon de La Guérinière, vol. 2 , Parigi 1733 (collezione privata), si nota come, al contrario della moda inglese di caudectomizzare le code dei cavalli da sella, soprattutto dei purosangue, i francesi amassero le code lunghe e folte. Solo nel caso di esercizi più complessi come la Croupade e la Capriola, le code venivano tirate su e legate per evitare che i cavalli le pestassero durante i salti.

In Belgio, la legge aveva già vietato la caudectomia sugli equini suscitando però le proteste degli allevatori del DTP Belga. In molti continuarono a sostenere che l’operazione giovasse alla sicurezza e al benessere dei loro prodotti e per raggirare le autorità ricorrevano ad un escamotage. All’epoca, molti allevatori mandarono i loro puledri in Francia per eseguirvi legalmente l’intervento oltre frontiera, finché anche la legge francese non lo proibì definitivamente.

Le quattro possibilità di tenere le code dei cavalli da attacco leggero indicate in un catalogo di modelli di carrozze pubblicato a Weimar nel 1846 (dall’alto): 1) coda caudectomizzata; 2) code con crini tagliati pari all’altezza dell’ultima vertebra; 3) code con crini tagliati ad effetto naturale; 4) code con crini lunghi tirati su e legate alla radice

Non è perciò un caso che in quegli anni si affrontò il problema non soltanto a livello nazionale ma anche a livello europeo. La prima Convenzione Europea che, come si legge nel Trattato n. 125, “tende in linea generale ad assicurare il benessere degli animali, in particolare di quelli tenuti dagli uomini per utilità e compagnia”, venne stilato a Strasburgo il 13 novembre del 1987 ma entrò in vigore soltanto il primo maggio 1992. In questo trattato si affronta per la prima volta a livello europeo con l’articolo 10 il problema della caudectomia per motivi non curativi. Infatti recita:

Gli articoli 10 e 11 concernono gli interventi chirurgici e l’uccisione di animali da compagnia. Per quanto riguarda il primo aspetto sono vietati gli interventi destinati a modificare il mero aspetto di un animale da compagnia, senza risvolti curativi – si elencano in particolare il taglio della coda o delle orecchie, la rescissione delle corde vocali e l’asportazione di unghie o denti. Unica eccezione ai divieti di cui in precedenza saranno gli interventi volti a impedire la riproduzione degli animali, o quelli che un veterinario giudicherà necessari per ragioni di medicina veterinaria o nell’interesse di un determinato animale.”

https://leg16.camera.it/561?appro=528

A tuttora la maggior parte dei paesi europei ha aderito al trattato, vietando anche la partecipazione di cavalli caudectomizzati a manifestazioni equestri. Tra gli ultimi risulta la Spagna nel 2017.

E in Italia? Con la legge 4 novembre 2010, n. 201, Ratifica ed esecuzione della Convenzione Europea per la protezione degli animali da compagnia firmata a Strasburgo il 13 novembre 1987, nonché norme di adeguamento dell’ordinamento interno”, l’Italia ha ratificato, senza riserve, la Convenzione Europea per la protezione degli animali da compagnia che, all’art. 10, Interventi chirurgici”, dispone: «1. Gli interventi chirurgici destinati a modificare l’aspetto di un animale da compagnia, o finalizzati ad altri scopi non curativi debbono essere vietati, in particolare: a) il taglio della coda; b) il taglio delle orecchie; c) la recisione delle corde vocali; d) l’asportazione delle unghie e dei denti. 2. Saranno autorizzate eccezioni a tale divieto solamente: a) se un veterinario considera un intervento non curativo necessario sia per ragioni di medicina veterinaria, sia nell’interesse di un determinato animale; b) per impedire la riproduzione».

https://www.gazzettaufficiale.it/eli/gu/2010/12/03/283/sg/pdf

In molti interpretano il l’indicazione nella Convenzione Europea ad animali da compagnia soltanto come un riferimento a cani e gatti e ritengono che sono esclusi da questa legge i cavalli. Le solite cose all’italiana insomma. Che si tratti di malafede o mala traduzione?

L’autrice ringrazia per le informazioni il Dr. med. vet. Karin Thissen, già membro del 18° Bundestag ed esperta in diritto e tutela della protezione animale e il Dr. med. vet. Stefano Tani, ippiatra di Parte Guelfa.

Gentlemens’ carriages: a Cabriolet, dipinto di Charles Hancock

 

I cavalli e la coda mozza – digressioni a 360°

a cura della Redazione

Da un antico testo di veterinaria apprendiamo, in merito a quanto già illustrato, tre tipologie di motivazioni risalenti al secolo scorso per giustificare l’amputazione: il fattore moda per i cavalli da sella, la coda che si impigliava spesso nei finimenti da lavoro o quando le redini dei cocchieri finivano sotto la coda, tanto da indurre il cavallo infastidito a stringerla contro il posteriore ed era quasi impossibile liberarla prima che succedesse il peggio o infine attorcigliate nelle lunghe funi per il traino dei barconi sulle alzaie. Esistono, o meglio esistevano, tuttavia anche altre teorie piuttosto fantasiose a favore del taglio delle ultime vertebre della coda. La prima attribuiva agli stalloni meno disponibilità all’accoppiamento perché le code dai crini molto ispidi delle cavalle da tiro, spesso poco curate, provocavano delle ferite all’organo maschile. La seconda, ancora più inverosimile, sostiene che proprio le code lunghe favoriscono gli attacchi dei parassiti perché la parte inferiore si sporca e così rimane per tutta la giornata di lavoro facendo in modo che il tepore, la sporcizia e l’umidità costituiscano il luogo ideale per lo sviluppo dei parassiti.

 

 

La realtà è ben diversa. E’ proprio con la coda che i cavalli allontanano gli insetti prima ancora che raggiungano aree favorevoli alla loro proliferazione o che colpiscano sull’intera superficie del corpo dell’animale. Anzi, quando sono lasciati liberi di riposare su un prato, i cavalli ci danno un chiaro esempio di cosa significhi collaborazione, mettendosi fianco a fianco in posizione testa-coda in modo da allontanare reciprocamente con la coda gli insetti dalla testa e dal collo del compagno che non ha la possibilità di farlo. Sarebbe come se un essere umano fosse attaccato da mosche, vespe o zanzare e non avesse l’uso delle braccia per scrollarsele via. Iniziereste ad agitarvi, a correre, a torcere il corpo, a pestare i piedi e a fare qualsiasi movimento nella speranza di allontanare gli insetti ma con poco successo. Questo è quanto deve sopportare un cavallo con la coda mozzata.

 

Neppure le gentildonne erano insensibili alla moda dei cavalli codimozzi

 

In origine la pratica di mozzare la coda non era riservata ai cavalli da tiro pesante, come ben illustrato da Susanne Probst nel precedente paragrafo. Anzi, era venuta in uso nel XVII secolo in Gran Bretagna come mezzo per identificare i cavalli britannici da quelli provenienti dalla Francia e veniva messa in atto esclusivamente con i cavalli di proprietà di nobili e aristocratici come dimostrano i tanti quadri dell’epoca.

 

Aristocratico inglese

 

Quando la pratica di tagliare la coda cadde in disuso in terra britannica anche a seguito dell’abolizione dei privilegi che indusse chiunque a tagliare la coda dei propri cavalli per apparire più ricco, essa si era ormai diffusa oltre Manica, sia in equitazione, dove era di gran moda tanto che lo stesso Gabriele D’Annunzio non seppe resistervi, sia soprattutto presso i cavalli da tiro pesante, dove veniva effettuata con una certa assiduità nei puledri da 2 settimane a 3 mesi di età.

 

Gabriele D’Annunzio

 

All’arrivo delle prime automobili su strada e dei primi trattori nei campi, lentamente cessò quella inutile pratica ed i cavalli finalmente poterono disporre di tutta la loro coda per difendersi nei mesi estivi da insetti molesti, senza contare che la coda è una parte anatomica molto importante per la comunicazione che ci parla tanto quanto l’atteggiamento, gli occhi, il comportamento dell’animale. E’ proprio di quegli anni l’articolo pubblicato nel 1889 nello stato americano del Massachussetts sul Notiziario Our Dumb Animals in cui si iniziava già a rigettare tale pratica come “una vergogna per qualsiasi persona che pretanda di possedere sentimenti umani“, articolo che fece da battistrada per tutto il movimento.

 

Stagecoach da Londra a Bristol e Bath (dipinto di Charles Cooper Henderson)

 

Che dire? Non possiamo biasimarli del tutto i nostri antenati perché pure noi che viviamo negli anni 2000 siamo al corrente che per motivi puramente estetici a certe razze di cani fino all’anno scorso venivano mozzate orecchie e code per conferire un aspetto più aggressivo, mentre nel comparto umano molto più “senziente” di quello animale,  tante belle signore per mettere in evidenza il girocollo in madreperla non disdegnano affatto una “gonfiatina” al seno! L’attuale legislazione in Italia da pochi anni ha vietato per i cani quella inutile pratica, volendo anche dannosa, mentre per i cavalli e le belle signore la pratica è rimasta per legge … a discrezione degli interessati.

 

Cavallo francese di razza Percheron (foto di Kerst Nebelsiek)

 

Per fortuna i tempi cambiano. Un’accelerazione alla discontinuità nella pratica di queste amputazioni estetiche è arrivata da un’accresciuta cultura e civilizzazione della società moderna che non è più quella medievale; oggi è più consapevole e informata dei diritti dell’animale che dopo secoli di sottomissione si è trasformata in “senziente” e convive pacificamente o meglio, gli piacerebbe convivere pacificamente con l’uomo solo che … pare siamo andati troppo oltre! Come capita spesso nelle nostre società evolute e complesse, apprendiamo dal Rapporto Zoomafie (link:  https://www.lav.it/cpanelav/js/ckeditor/kcfinder/upload/files/LAV_Rapporto%20Zoomafia%202019.pdf) che, se l’informazione globale pro-animali è migliorata del 90%, la situazione reale degli stessi certifica che siamo tornati al medioevo, e che nessuno ha voglia di perdere del tempo in sciocchezzuole di poco conto come i pochissimi casi di code mozzate in Europa a fronte di migliaia di casi di crudeltà efferate fino alla morte, che sono in grande aumento di anno in anno.

 

Tutti in silenzio? Va bene così? A dire il vero non a tutti vanno bene questi maltrattamenti nei confronti delle code mozzate dei cavalli e il 29 giugno 2007  c’è stata un’Interrogazione Parlamentare in sede europea da parte di Esther De Lange (Olanda) che chiedeva spiegazioni in merito.

Questa la traduzione della risposta da parte della Commissione Europea.

“La Commissione è consapevole che l’amputazione della coda è vietata in un certo numero di stati membri e in alcuni casi lo è da molto tempo. In questi casi il divieto o le restrizioni del taglio della coda sono incorporati nelle limitazioni sulla mutilazione delle vertebre.

Al punto 19 dell’allegato alla direttiva del Consiglio 98/58/EC del 20 luglio 1998 riguardante la protezione degli animali tenuti per scopi agricoli, viene fatto riferimento alle relative clausole nazionali sulla mutilazione in accordo con i regolamenti generali.

In assenza di un’armonizzazione delle disposizioni gli Stati Membri possono redigere regolamenti nazionali sull’amputazione della coda, quando questa non sia necessaria per motivi medici.”

 

Da segnalare inoltre interessanti e concrete informazioni sul tema trovate sul sito web di Horse Angels a questo link:

https://www.horse-angels.it/41-tutela-dei-cavalli/sensibilizzazione/1281-le-menomazioni-volontarie-della-coda-del-cavallo.html

In Gran Bretagna, indiscutibile precursore dell’intero movimento internazionale, la discussione in aula parlamentare di una legge che proibisse la caudectomia nei cavalli ebbe luogo nel lontano 1° febbraio 1938 (https://api.parliament.uk/historic-hansard/lords/1938/feb/01/docking-and-nicking-of-horses) ma fu poi approvata definitivamente il 24 novembre 1949. Essa stabiliva semplicemente che “le pratiche che sono crudeli ma anche necessarie sono legali; le pratiche che sono crudeli e non necessarie sono illegali“.

 

Flora Temple, femmina trottatrice, USA 1850 circa (litografia originale pubblicata da Currier & Ives)

 

In molti stati degli USA – non tutti – e in gran parte dell’Australia e della Nuova Zelanda l’amputazione della coda è vietata. In ogni caso, sia negli Stati Uniti che in Canada non risulta esservi una legge a livello nazionale che lo vieti. Proprio a causa di questa cecità legislativa purtroppo alcune stupide nicchie di arretratezza a cui viene attribuita pomposamente la connotazione di “tradizione” ed “eredità culturale” sembrano tuttora incrollabili, tanto che nella celeberrima Horse Parade del 1° gennaio 2016 a Pasadena in California (dove peraltro la pratica in questione è vietata) i famosi cavalli Clydesdale che tirano il grande carro della birra Budweiser presentavano ancora, nella loro innegabile magnificenza, quell’orribile ricordo di un procedimento da bandire, non degno della mente del homo sapiens. E’ in corso una petizione per impedire che ciò continui a perpetrarsi nel Missouri, stato in cui ha sede la fabbrica produttrice Anheuser-Busch, ma ad oggi non ci è noto un definitivo esito positivo.

 

I famosi cavalli della birra Budweiser alla parata del 1° gennaio 2016 a Pasadena (California)

 

In considerazione del fatto che questo genere di maltrattamento negli ultimi 40 anni è rimasto appannaggio dei soli cavalli agricoli, è doverosa un’intervista in merito al Direttore dell’ANACAITPR (Associazione Nazionale Allevatori Cavallo Agricolo Italiano da Tiro Pesante Rapido), Dott. Giuseppe Pigozzi.

Il Direttore di ANACAITPR  dott. Giuseppe Pigozzi non dirige e basta da dietro una scrivania, è costantemente … in campo! Lo vediamo in foto accanto ad un attrezzo agricolo a trazione animale alla Fiera di Bastia di Ravenna.

 

La caudectomia nel CAITPR

Testo e immagini del dott. Giuseppe Pigozzi

Coloro che hanno dimestichezza con il Cavallo Agricolo Italiano da Tiro Pesante Rapido (CAITPR) sanno che l’amputazione della coda è una pratica del tutto inesistente. Ma chi ha buona memoria e, purtroppo qualche anno in più, ricorderà come, invece, la coda mozza fosse la regola per gli stalloni della razza (in effetti le foto storiche testimoniano che per le femmine la “scodatura” non sia mai stata pratica diffusa).

Come si è arrivati a questa totale inversione di tendenza?

Negli anni ’80 il CAITPR ha trovato sempre maggior estensione nella fascia appenninica con forme di conduzione estensive. In tali condizioni d’allevamento la presenza della coda rappresenta un fondamentale elemento di difesa dagli insetti e, in fin dei conti, una garanzia di maggior longevità per gli stalloni. In sostanza la presenza della coda diviene una vera e propria maniera per garantire il benessere del soggetto e la conservazione del capitale-stallone per l’allevatore specialmente nei nostri ambienti a clima mediterraneo o comunque caratterizzati da estati calde e con periodi a temperatura elevata molto più lunghi e costanti che nel Nord Europa.

 

La storia, prima che si voltasse pagina. Copertina catalogo Fiera Verona 1972 edito da Verona Fiere. a destra in alto stallone KAKI nato nel 1922 (uno dei capostipiti di razza) – foto Archivio ANACAITPR. A destra in basso gruppo di puledre 30 mesi del 1957 (Allev. Famiglia Pasti), foto archivio ANACAITPR

 

In questo contesto erano sempre più diffuse le richieste di stalloni non “scodati” da parte degli allevatori di molte zone. Nel 1991 l’Associazione di razza (ANACAITPR) fece proprie queste esigenze raccomandando a tutti gli allevatori di non effettuare più la caudectomia dei giovani stalloni. L’effetto di questa semplice raccomandazione fu immediato e, possiamo dire, totale. Infatti, nel Concorso di Fieracavalli del 1992 fece la sua apparizione l’ultimo giovane stallone di “30 mesi” con coda mozza. Dal 1993 più nessun giovane maschio fu sottoposto a questa pratica. Ma la cosa interessante è però sottolineare che questa buona pratica di allevamento è talmente entrata nella “cultura” della Razza, ma si può affermare ancor di più nel “sentimento comune” degli allevatori, che non è più nemmeno argomento di discussione. E’ una scelta data semplicemente per scontata.

 

Nei CAITPR i cavalli “scodati” sono ormai un lontano ricordo. In alto stallone NIKE nato nel 2017, campione giovani stalloni nel 2019 (foto ANACAITPR). A sinistra stallone EROS nato nel 2011, campione giovani stalloni nel 2013 (foto archivio ANACAITPR), a destra stallone CHILO nato nel 1989, campione giovani stalloni nel 1991 (foto Centro Reg. I.I. Ferrara)

 

Nessun provvedimento di Legge o nessun provvedimento di Libro Genealogico come si è dovuto fare in altri Paesi. Semplicemente il convincimento degli allevatori. Quindi, nel nostro ambiente di razza il fatto che in Italia manchi un provvedimento legislativo preciso in merito alla caudectomia, non rappresenta un problema. Sono gli allevatori stessi ad essere i veri custodi del benessere dei loro soggetti circa questa pratica.

Per saperne di più e stare aggiornati ecco i Link: www.anacaitpr.it    https://it-it.facebook.com/anacaitpr

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Per concludere, dato che anche in tempi passati non tutti i cavalli da tiro avevano la coda mozzata significa che questo non creava problemi. Non è forse l’intreccio un’alternativa semplice ed esteticamente più accattivante oltre che eticamente accettabile?

 

 

 

 

Bibliografia e Sitografia di riferimento:

https://www.horse-angels.it/41-tutela-dei-cavalli/sensibilizzazione/1281-le-menomazioni-volontarie-della-coda-del-cavallo.html

http://www.medecine-veterinaire.wikibis.com/caudectomie.php

https://www.animallaw.info/sites/default/files/lralvol9_p159.pdf

https://www.cambridge.org/core/journals/animal/article/tail-docking-in-horses-a-review-of-the-issues/7396B646C9D1D7E634F7B496DD939179/core-reader

B.Lizet, Pour quelques vertèbres de plus. La reconstruction d’une identité du cheval de trait, dans L’homme et l’animal: un débat de société, Quae, 1999