Un sorriso smagliante per la vittoria testimoniata dal colore rosso della coccarda

 

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un vero e proprio revival delle manifestazioni di attacchi di tradizione, con un consistente numero di partecipanti che in Italia si attesta fino ai 50 equipaggi per ogni evento di grande rilievo.

A parte le sfilate, nelle quali l’assoluta aderenza di tutti i partecipanti ai canoni della tradizione più pura non è sempre garantita – ma da qualche parte bisognerà pure iniziare – quelli che sicuramente si sono evoluti negli ultimi anni in senso positivo, con una ricerca via via crescente dell’eccellenza nei cinque elementi  presi in considerazione dai giudici (carrozza, cavalli, finimenti, equipaggio e valutazione d’insieme) sono i cosiddetti Concorsi di Tradizione ed Eleganza.

 

L’ultima delle tre prove di un concorso di tradizione: il percorso coni

 

Nati in Europa per un’intuizione del francese Barone Christian de Langlade che, dismessi i panni del concorrente di manifestazioni agonistiche nella categoria Tiri a Quattro, ha sentito la necessità di far rivivere le lontane radici della disciplina, sempre più in pericolo a causa dell’obiettivo ultimo rappresentato dal risultato sportivo. Con la fondazione dell’Association Internationale Attelages de Tradition (AIAT) sono quindi stati regolamentati a livello mondiale questi eventi di Tradizione che si sono rapidamente diffusi nelle principali nazioni europee, oltre che negli Stati Uniti, e che si articolano generalmente su tre prove: la prova di presentazione, la prova di campagna e la prova di maneggevolezza.

 

In una foto di repertorio il Barone Christian de Langlade, ideatore dei concorsi di tradizione AIAT, alle redini di un tiro a 3 in linea

 

Proprio da questa triplice combinazione appare evidente la diretta derivazione degli attuali concorsi di tradizione dai concorsi di sport agonistico e numerose sono le critiche mosse dai puristi dei tempi d’oro della carrozza all’indirizzo dei concorsi AIAT:

  1. l’attacco viene valutato in posizione statica, con scarsa attrattiva per il pubblico e qualità del cavallo e del suo addestramento come elementi trascurabili (meglio un cavallo semi-addormentato che però sta fermo, piuttosto che un cavallo nevrile, agli ordini ma pronto a scattare, talvolta un po’ insofferente al protrarsi dell’esame oltre limiti di tempo accettabili);
  2. i percorsi di campagna su terreni non sempre ben livellati mettono a dura prova carrozze dalla veneranda età che talvolta subiscono danni devastanti a quello che è un patrimonio da conservare il più possibile integro; oltretutto essi si svolgono sempre lontani dal pubblico di cui poi si lamenta l’assenza;
  3. presenza indisponente del cronometro, spesso orpello sgargiante appeso al collo del guidatore, che ben poco ha di tradizionale anche se occorre ammettere che un certo tipo di prove coni esistevano già all’inizio del ‘900 per dimostrare l’abilità nella guida di chi maneggiava le redini.

Perso nel folto di un bosco? Nessun problema di individuazione: il cronometro si vede da molto lontano!

 

I concorsi AIAT hanno tuttavia un grosso pregio che non va sottovalutato: quello di essere accessibili a tutti, con qualsiasi tipo di cavalli, con carrozze di maggiore o minore pregio, con guidatori più o meno abili nella guida. L’importante è l’aver trovato la giusta ambientazione per ritrovarsi e mostrarsi, e come occasione per poi documentarsi concentrandosi in primo luogo sull’elemento che è arrivato fino a noi da chi l’epoca d’oro l’ha vissuta veramente, ovvero la carrozza d’epoca. Vorremmo aggiungere anche che al gusto per la convivialità non è estranea le rituale cena di gala dove per una sera si esce dagli schemi della vita di tutti i giorni per immergersi in un’atmosfera da belle époque che porta a sognare.

Facciamo una breve digressione sulla situazione esistente prima della nascita dell’AIAT. Fino agli anni 60/70 del secolo scorso i cultori della tradizione si distinguevano per l’ottima qualità dei loro equipaggi, appannaggio di personaggi della “vecchia scuola” che alla loro morte hanno portato nella tomba tutta la loro esperienza e conoscenza. Purtroppo a quel punto nessuna federazione, associazione o club si è preoccupato del ricambio generazionale. Era rimasto il ricordo degli attacchi appartenuti ai genitori o ai nonni e, arrivati negli anni ’80, l’interesse per proseguire su tale cammino esisteva, se pur ridotto ad una scintilla sotto la cenere. C’era il desiderio di sapere, ma dove trovare le risposte, da dove attingere? A regnare erano la fame di conoscenza e l’ignoranza e quando sono questi due stimoli a prevalere, niente di più facile che il risultato sia catastrofico (vedi rivoluzione russa, nascita del nazionalsocialismo in Germania, del fascismo in Italia, ecc.). Così anche nel campo della tradizione le conseguenze non potevano che essere disastrose.

Tuttavia esisteva e persiste tuttora in Gran Bretagna un altro modo di vivere la tradizione che segue una filosofia parallela e che si concretizza in una miriade di concorsi locali, frequentatissimi, che servono anche per accumulare i punti indispensabili per accedere all’annuale campionato nazionale: si tratta delle gare di Private Driving sotto l’egida della British Driving Society.

 

Con una carrozza a 2 ruote si possono attaccare sia il singolo che il tandem

 

Interessante è cercare di capire quali sono i concetti che contraddistinguono i due filoni di pensiero, entrambi in fondo rivolti ai cultori dello stesso comparto d’interesse.

Innanzitutto il soggetto principale.  Se per il Concorso di Tradizione AIAT l’interesse maggiore è rivolto alla carrozza, alla quale nella valutazione viene assegnato un punteggio che viene moltiplicato per tre rispetto ad una minore incidenza degli altri elementi, nel Private Driving il centro dell’attenzione è rivolto al cavallo. Questo parrebbe un trascurabile tecnicismo ed è invece un elemento di grande differenziazione. Infatti se da una parte la prova di presentazione vede in campo solitamente 3 concorrenti in contemporanea ma fermi, con 3 giudici che esaminano in successione e separatamente ogni particolare dell’attacco mentre in tribuna il pubblico spesso scarso, dopo la presenza in campo dello stesso concorrente inattivo per 15 minuti, tende ben presto a dileguarsi, nell’unica prova del Private Driving gli attacchi della stessa categoria scendono in campo insieme e procedono tutti per la maggior parte del tempo al trotto, cercando di trasmettere al pubblico quello che è visto come uno show attraverso l’esecuzione di andature e portamento dei cavalli che creino entusiasmo, in un movimentato turbinio continuo e mai monotono.  Ai giorni nostri si direbbe: il “wow factor”, traducibile in “quando i bimbi (e non solo) fanno oh”!

 

L’azione espressa dal cavallo è di primaria importanza nel Private Driving, in modo da dare un maggior peso all’impegno profuso dal guidatore nell’addestramento dei cavalli piuttosto che la possibilità economica di comprare una carrozza di gran pregio

 

Esaminiamo ora un po’più da vicino come si svolge un concorso di Private Driving. Partiamo subito col confermare che tutto si svolge in una sola gara. La prova di campagna di minimo 12 km propria dei concorsi AIAT, cronometrata e con alcune manovre da compiere durante il tragitto, necessita di spazi considerevoli, spesso lontani dalla vista degli spettatori, per cui viene ritenuta dai cultori del Private Driving estranea al concetto di show per il pubblico. In quanto alla prova di maneggevolezza (o percorso coni che dir si voglia), i concorrenti a bordo per esempio di un Omnibus, magari semi-sdraiati sulle redini nell’impeto di affrontare un percorso anche troppo legato alla pratica dello sport agonistico, spesso non forniscono uno spettacolo accattivante, degno di una così nobile espressione dell’arte.

 

In Gran Bretagna i groom non sono obbligati ad essere a bordo della carrozza ma possono aspettare a bordo campo, vestiti di tutto punto, per entrare in azione in caso di necessità o quando l’attacco si ferma

 

A questo proposito il concorso di tradizione stile AIAT viene spesso definito come una manifestazione studiata appositamente per i frustrati dell’agonismo che, incapaci di mettere a segno risultati soddisfacenti nello sport, trovano una via d’uscita in un concorso che concettualmente non si discosta molto da quello, sebbene con pretese più edulcorate. Se questo forse poteva  essere vero agli albori del revival della tradizione, quando non vi era altro bacino da cui attingere i propri concorrenti, oggi la situazione si è decisamente modificata con la formazione di una vera e propria schiera di appassionati che con lo sport ha ben poco da spartire.

 

Cesare Martignoni, il concorrente italiano che frequenta regolarmente i concorsi di Private Driving e di Coaching in terra britannica

 

Ritornando al Private Driving, tutti i concorrenti entrano in campo insieme e, quando ha fatto il suo ingresso anche l’ultimo della categoria, lo steward dà l’ordine di mettersi al trotto. Qui ognuno cerca di far esprimere al meglio il proprio cavallo o i propri cavalli e, quando viene annunciato il cambiamento di mano, solitamente sulla diagonale, ognuno mette i cavalli in avanti perché risalti tutta l’azione di cui sono capaci. Dopo ulteriori giri di pista all’altra mano, i concorrenti vengono chiamati a schierarsi su un lato, affiancati, senza un ordine preciso. Il giudice li esamina quindi velocemente più da vicino per valutare carrozza, finimenti ed equipaggio, per analizzare quei piccoli particolari che anche al suo occhio esperto potevano essere sfuggiti durante la precedente fase in movimento. Vorremmo qui chiarire che carrozza, finimenti ed equipaggio hanno comunque un forte peso, non fosse altro che per far pendere l’ago della bilancia a favore di un concorrente piuttosto che dell’altro nel caso in cui il giudice, al termine dell’esibizione, fosse indeciso. In questo frangente controllerà anche il contenuto della borsa, valigia o cestina contenente i pezzi di ricambio e gli attrezzi per eventuali veloci riparazioni d’emergenza.

 

Mentre tutta la categoria è schierata, ogni concorrente viene invitato ad offrire il suo show personale che determinerà la classifica finale

 

A questo punto ad ogni attacco viene chiesto di effettuare un proprio show – breve ma intenso –  che comprende un circolo al trotto alle due mani, un breve tratto al passo, un alt e un’indietreggiata. Qui viene veramente messo a nudo l’addestramento del cavallo che, senza dover effettuare le lunghe e complicate figure di un dressage da sport agonistico, rivela chiaramente quanto e quale lavoro sia stato fatto a monte per ottenere un cavallo dalle andature vivaci ma sempre in equilibrio, correttamente flesso e agli ordini.

 

Lo schema dello show individuale è corto ma intenso, in modo da offrire al pubblico un continuo avvicendamento dei concorrenti

 

Terminato lo show individuale i concorrenti si portano nuovamente sulla pista e vengono chiamati ad allinearsi nell’ordine di classifica determinata dal giudice. Niente burocrazia, niente papiri da riempire e dati da caricare nel computer per ottenere i risultati, niente bilancia del farmacista per determinare se una criniera mal toelettata influisca di più di un groom con stivali non idonei. Il giudice è un super-esperto e non avrà difficoltà a definire quale attacco della categoria ha superato tutti gli altri. La premiazione avviene seduta stante e in questa occasione, se il giudice lo desidera, può dare al concorrente qualche indicazione su quanto da lui osservato affinché egli abbia modo di indirizzare correttamente il proseguimento del suo lavoro.

 

Giornata ricca – anzi ricchissima – di soddisfazioni! Se poi la premiazione avviene ad opera della Regina Elisabetta…

 

Per quanto riguarda il giudizio finale, i veri intenditori del settore invitano sempre i concorrenti a non lasciarsi demoralizzare da una mancata vittoria e di non addurre la giustificazione che “al tale o tal altro giudice semplicemente non piace il mio attacco”. “Non è il giudice che non apprezza la tua performance: sei tu che non sei riuscito ad impressionarlo a sufficienza. Quindi datti da fare” – così Gary Docking, un vero maestro del Private Driving ormai sulle scene da decenni, con all’attivo un numero incalcolabile di vittorie.

Le categorie sono infinite: ecco quindi che lo stesso attacco può partecipare in più categorie. Ad esempio un singolo può far parte della categoria carrozze a due ruote, ma anche alla categoria carrozze da campagna in legno a vista, e, nel caso, a quella riservata alle guidatrici. Chi poi possiede un tiro a quattro, premesso che deve presentarsi ogni volta con la carrozza adeguata, può partecipare, oltre che con il tiro a quattro, anche con uno o più singoli (esempio carrozze a 4 ruote da città), una pariglia (carrozza da caccia), un tandem (rotabile a 2 ruote) o altre formazioni a piacere.

 

 

Il fatto stesso di poter concorrere in varie categorie offre la possibilità a chi in una non è riuscito a piazzarsi al primo posto, di mettere a segno una vittoria in un contesto diverso. Un’ulteriore possibilità di allargamento della partecipazione si può concretizzare coinvolgendo per esempio anche il groom. Poniamo il caso che un concorrente disponga di una pariglia. Oltre che in tale categoria, può attaccare anche due singoli, lasciando magari che a guidarne una sia il suo groom, che già si occupa di muovere i cavalli a casa: una bella occasione per gratificare chi si dà tanto da fare nella preparazione. Nella pratica poi il concorrente rimane impegnato tutto il giorno e il pubblico ha costantemente qualcosa da vedere.

Nonostante il diverso approccio, non si pensi che, a parte l’elemento propulsore, non vi sia anche nel Private Driving un ampio spettro di particolari che fanno parte del bagaglio culturale di ogni appassionato di attacchi di tradizione, qualunque sia la filosofia adottata per perpetrarli, quindi niente improvvisazioni, niente sciatteria, nulla viene lasciato al caso: si tratta pur sempre di un mosaico che con la frequentazione delle manifestazioni si completa tessera dopo tessera.

 

Una carrozza in gara nella categoria Carriage Showcase

 

A proposito di diversificazione, ancora una piccola nota a margine. Negli Stati Uniti si svolgono manifestazioni simili a quelle inglesi, ancorché con regolamenti leggermente diversi, che fanno parte del settore Pleasure Driving. L’aspetto insolito è che in questi show viene talvolta inserita anche una categoria per sole carrozze non attaccate. Queste vengono disposte su un prato o sotto un tendone o in un apposito capannone e il pubblico ha la possibiltà di avvicinarsi e porre al proprietario varie domande per soddisfare la propria curiosità. A questa Carriage Showcase possono partecipare sia concorrenti che poi prenderanno parte al normale concorso con i cavalli attaccati, sia appassionati che non hanno cavalli ma desiderano, invece di tenerli nascosti dove nessuno li vede ed apprezza, far conoscere i propri legni più prestigiosi e magari essere ricompensati da un bel riconoscimento. Anche in questo caso sono vari i premi messi in palio, dalla categoria delle carrozze che verranno attaccate, a quelle originali, a quelle sottoposte a restauro, e c’è persino un premio per la preferita dal pubblico: una maniera come un’altra per suscitare interesse presso gli spettatori e coinvolgerli.

L’obiettivo di questo articolo non è quello di esprimere giudizi sulla validità di un concetto di tradizione rispetto ad un altro, ma semplicemente di offrire uno spunto di riflessione su un diverso approccio alla tradizione, realizzabile dovunque, anche in una location con limitate disponibilità di spazio, con attrezzature pari a zero e quindi senza costi di organizzazione, più accattivante per il pubblico che può essere persino coinvolto con una propria votazione a premi, e con lo scopo ultimo di offrire un maggiore rilievo al cavallo, nello specifico al cavallo carrozziere per eccellenza che altrimenti rischia l’eterno oblio.