Testo e foto di Giuseppe Angiulli

 

Ci sono dei doni che non hanno prezzo e per mille motivi vengono ritenuti quasi un fatto naturale ma se ci soffermiamo un attimo cogliamo quanto valore hanno ed uno per tutti, il dono di avere un’eredità, ma non un’eredità di beni materiali ma di insegnamenti da parte di persone che ci guidano per quella strada, che ci conducono ad essere protagonisti della nostra vita e del nostro sapere.

 

Il cavallo, ancora il cavallo, per sempre il cavallo, anche se le generazioni si avvicendano

 

Negli anni ci siamo abituati ad avere non più la famiglia come scuola, ma una persona terza che ci indottrina ed in molti casi la stessa famiglia, quasi abdicando al proprio ruolo, ha delegato la scuola con tutti i vantaggi ma con qualche svantaggio non trascurabile.

Nei secoli solitamente i mestieri erano ereditati da padre in figlio. Ciò ha permesso di affinare le arti in modo da raggiungere le eccellenze. I figli seguivano i genitori nell’espletamento dei mestieri sin dalla tenera età: il figlio del falegname faceva il falegname, il figlio del panettiere seguiva le orme del padre e così per la maggior parte delle famiglie.

Con l’avvento delle nuove tecnologie tutto è cambiato, anche se per fortuna ci sono casi in cui, pur perseguendo nuovi obbiettivi e quindi nuove attività, molti hanno voluto coltivare quella tradizione familiare per passione.

Sulla mia strada sono capitate tante famiglie ma quella che mi piace oggi raccontare ha qualcosa di diverso: sto parlando di una famiglia che non ha cambiato il modo di tramandare l’arte di attaccare i cavalli e di questa passione ne fa un valore, coinvolgendo anche bambini che nella maggior parte delle famiglie passano il loro tempo davanti ad un televisore o giocando con le nuove tecnologie.

 

Non preoccupatevi: anch’io faccio la mia parte per aiutarvi e imparare

 

La famiglia in questione abita in provincia di Lecce e precisamente a San Donato di Lecce, il loro cognome è Conte, ma nel paese se chiedi della famiglia Conte nessuno li saprà indicare perché loro sono i “Lana”.

In questa famiglia i membri da sempre esercitano la professione di agricoltori, carrettieri, aratori, un mestiere tramandato da tante generazioni e sono quattro quelle di cui abbiamo traccia, generazioni che hanno fatto e continuano ad esercitare questa attività anche se hanno dovuto implementare il reddito familiare con attività più redditizie.

 

Le stagioni si susseguono ma i ritmi, la vicinanza al fertile suolo, la vicinanza dell’amico fedele, sono valori incrollabili nella vita di chi ha la passione per la sua terra

 

Partendo dai dati in nostro possesso ci fu il signor Gino Conte, per tutti (LU GINU LANA) che esercitò questa arte e la tramandò al figlio Raffaele Conte.  Anche per lui vale il nomignolo Lana; nasce ed in età infantile gli furono messe le redini in mano e gli furono dati i primi rudimenti dell’arte di arare, anche se il giovane Lana fu instradato a cambiare mestiere per via della meccanizzazione, ma pur andando a fare il camionista continuò per passione a fare l’agricoltore trainiere aratore.

 

Vecchie foto che hanno tanto da raccontano

 

La storia continua alla nascita di Alessandro figlio di Raffaele; anche lui come il padre fu educato a fare l’agricoltore trainiere aratore avendo a disposizione come maestri il nonno e il padre, questo fino a quando non si innamorò della monta americana al punto da diventare uno tra i migliori cavalieri di monta western con un cavallo murgese.

Ma la passione come dico io è come un carbone ardente sotto la cenere: quando all’improvviso riarde nulla può spegnerla e Raffaele inizia a riprendere l’arte del trainiere al punto da presentare un carro a pianale a quattro ruote che nel Salento veniva utilizzato per trasportare l’olio dai frantoi al porto per caricare le navi che rifornivano di olio tutta l’Europa facendo si che le regge europee fossero illuminate da l’olio lampante salentino.

Lui ha attaccato al carro tre splendidi cavalli murgesi che conduce con maestria.

 

Per lavoro o per svago, il cavallo è sempre al centro dell’attenzione

 

Arriva l’ultima generazione, il piccolo Andrea figlio di Raffaele, e la generazione Conte ovvero Lana continua come continua pure l’arte di attaccare i cavalli. Pur rimanendo un bambino che ha i suoi giochi, viene coinvolto nel lavoro del nonno e del papà, con il suo trattorino giocattolo. Poi arriva il giorno in cui il nonno Raffaele, conscio di avere tra le mani un cavallo che è una garanzia, invita il piccolo ad appoggiare le mani sull’aratro per iniziare a “mettersi l’arte nelle mani” e, nonostante sia meno alto del manico dell’attrezzo, Andrea ci riesce. Ha iniziato così, con l’entusiasmo di un bambino: secondo me era più felice il nonno, senza parlare del padre, perché l’arte dell’arare ha trovato nella famiglia chi potrà proseguire.

 

Ti aiuto io, nonno, e vedrai che il raccolto sarà ancora più buono

 

Di queste storie l’Italia è piena ma non sono scritte, rimangono nella loro riservatezza come se fosse poco bello lavorare la terra e mi viene in mente un episodio durante il viaggio in carrozza da Napoli a Martina Franca: in un giorno di sosta a Potenza ci recammo nelle vicinanze della città a visitare una fiera e li vidi un ragazzino di circa 12 anni che conduceva con maestria un paio di buoi podolici mentre aravano.

Volli conoscere il padre e gli chiesi cosa facesse il bambino nella vita di tutti i giorni; il papà capì il fine della domanda e la risposta fu: mio figlio fa il bambino, frequenta la scuola regolarmente con un ottimo profitto, gioca come un bambino ma la sua passione per i buoi è tale che ha voluto imparare senza tralasciare il suo essere bambino.

Nella vita ci vuole solo passione.