Il nostro amico Giuseppe Angiulli ha sicuramente trovato uno dei mezzi più efficaci per sfuggire all’atmosfera cupa di questa pandemia che costringe tutti noi ad una forzata inattività tra le quattro mura domestiche: quello di ritornare con il pensiero a piacevoli ricordi di cavalli, traini, terre battute dal sole e dal vento, di uomini dalla fibra tenace e detentori di conoscenze ormai bagaglio di pochi. Oggi ha voluto farci partecipe di queste sue riflessioni che vogliamo intotilare

Una mano

Siamo fortunati perché con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione già da quasi due secoli riusciamo a fermare in un attimo quello che vediamo per poi poterlo tramandare.

La fotografia ha il compito di tramandare ai posteri momenti che fissiamo nell’obiettivo attraverso il quale catturiamo un’immagine, che in molti casi può descrivere una storia.

 

 

Certamente il fotografo, che ha colto con lo scatto questa mano, ha visto qualcosa alla quale ognuno di noi può dare un titolo, un significato, scriverci una storia.

Personalmente mi sono imbattuto per caso durante una delle mie ricerche in questa mano e subito ho cercato di chi fosse. Il compito non è stato difficile: appartiene a una persona a me vicina e che conosco bene. il caro amico Vincenzo Mangione da Corato (BA) ed è stata scattata in occasione della FieraCavalli di Verona del 2017.

Una mano attraverso la quale si può capire quanta arte c’è nel condurre un attacco da lavoro tipico pugliese.

Una mano che con grazia accarezza le redini avendo la consapevolezza della fiducia e dell’obbedienza dei  propri cavalli.

Per primo chi è alla guida sa che ha due cavalli perfettamente addestrati, che le redini agiscono sul barbozzale per cui il semplice appoggio servirà a trasmettere un comando che loro hanno acquisito sin da puledri con un addestramento dolce.

 

 

Un messaggio che non passa inosservato a chi conosce ed ha vissuto questa storia, ma sa anche che per raggiungere un tale livello di affidabilità c’è tanto lavoro fatto da quelle mani e che continuano a fare nonostante la non più giovine età.

Mani che hanno visto l’infanzia di un bambino intento a giocare ma anche a lucidare finimenti rivestiti in alpacca usando il tufo di cava con un poco di bicarbonato per renderli più splendenti, o magari ad ingrassare i finimenti con grasso animale, che era l’impegno delle giornate piovose.

Un fanciullo, al quale venivano messe in mano le redini in tenera età e magari con il costante uso delle redini le falangi delle dita della mano sinistra si curvavano.

Altro compito devoluto ai ragazzini era, la sera al rientro dalla giornata di lavoro, lo  sgombro del traino da tutto quello che era servito nella giornata di lavoro, dal sacco della paglia che era servito per cuscino oltre che per alimento per il cavallo, al togliere la frusta e la sacchetta per far mangiare il cavallo e al recuperare il secchio e il “mummilo” (recipiente di terra cotta che serviva per l’acqua da bere per le persone); sempre ai giovanissimi toccava poi rifornire la mattina seguente il traino di tutto l’occorrente per la giornata.

 

 

Era il modo di vivere attraverso il quale anche i ragazzi, meno che adolescenti, erano capaci di gestire un attacco o in grado di passare un’intera una giornata ad arare, per cui, come si soleva dire “avevano l’arte nelle mani”.

Tutti dovevano imparare un mestiere, tutti dovevano collaborare al sostentamento della famiglia, essere in grado di contribuire al bilancio familiare.

Le mani erano lo strumento principe di qualsiasi attività per cui i calli erano un corredo infantile che accompagnava l’uomo di cavalli per tutta la vita.

La giornata finiva intorno ad una tavola che, se pur povera, aveva il conforto del calore familiare, con i racconti degli anziani delle loro esperienze di vita vissuta; hanno così tramandato storie di cui si sono nutriti quei ragazzi che non hanno mai conosciuto la televisione e la radio, senza contare i nuovi mezzi di comunicazione post millennium.

 

 

Grazie Peppe e al prossimo vivido ricordo di tempi indimenticabili!