Le carrozze e le corse al trotto sembrano essere due mondi molto distanti tra loro: vi è invece un’origine comune che deriva dalla voglia insita nella natura stessa dell’uomo di dimostrare la superiorità del proprio cavallo nel battere in velocità tutti gli altri: sulle strade, prima, negli ippodromi, poi.

 

 

Riportiamo qui di seguito un articolo pubblicato sulla rivista “Carrozze & Cavalli, anno 2012, n. 1, sempre a firma di Elvezia Ferrari con la collaborazione di Ermes Dall’Olio

E’ un periodo triste, questo, per gli ippodromi e le corse al trotto. Qui un tempo pullulava la vita del bel mondo, gli allevatori cercavano la ricompensa alle lunghe ricerche di linee di sangue capaci di imporsi, i driver erano a caccia di fama perenne, gli scommettitori non potevano non essere coinvolti nello spettacolo “dal vivo” e nella possibilità di udire qualche bisbigliata confidenza foriera di laute vincite. Ora qui tutto tace. In attesa che questo ambiente, così ricco di storia, si animi nuovamente, vediamo da dove tutto partì.

Corsa dei Sedioli in un’incisione di Giannetto Boni

LE ORIGINI DELLE CORSE

Dalla raffigurazione su un’antica moneta coniata in Sicilia per celebrare la vittoria ad Olimpia nel 480 a.C. abbiamo la testimonianza che le corse al trotto – e all’ambio – si tenevano già nel mondo classico con vetture molto simili alle future Padovanelle ma più leggere, tirate principalmente da pariglie di muli (più verosimilmente bardotti).

Bisogna poi arrivare alla metà del Settecento, in Inghilterra, per avere notizia come i cavalli adibiti al traino delle carrozze pubbliche, fossero impiegati anche in corse informali, su strade sterrate, dando così impulso alla creazione di una vera e propria razza di trottatori, il Norfolk Trotter derivato dall’incrocio di purosangue inglesi con fattrici locali. Lo stesso accadeva anche in Russia, dove al Conte Orlov si deve la nascita appunto della razza Orlov, ancora oggi diffusa nel mondo degli attacchi, mentre in America, culla dello Standardbred e sede a New York del primo ippodromo di trotto si registrò il primo record di corsa nel 1806.

Manifesto del 1901 per l’inaugurazione dell’ippodromo di Ponte di Brenta (Pd) intitolato al Senatore V. S. Breda, grande allevatore di cavalli e cavaliere d’industria

La passione per le corse dei cavalli ha dunque radici molto lontane, riprese nei memorabili tornei medioevali e rinascimentali. Verso la metà dell’Ottocento, da spettacolo di massa, le gare ippiche si apprestano a cambiare scenario spostandosi su un altro palcoscenico con una diversa e non meno animata platea di intenditori e spettatori: quello delle piste e degli ippodromi spesso improvvisati nelle piazze d’armi e negli slarghi erbosi e poi, via via, sempre più attrezzati, fino a diventare veri santuari delle corse.

L’ippodromo di Torino a fine Ottocento

In Italia l’origine delle corse al trotto, intese in senso moderno, ebbe come teatro il parco della Montagnola a Bologna, come testimoniato dal più vecchio programma ufficiale delle competizioni al trotto, quello della “corsa a sedioli” svoltasi alla Montagnola nel pomeriggio di domenica 20 settembre 1846: si trattava di una grande rivoluzione rispetto all’attività schiettamente pionieristica, dal vago sapore paesano, a mezza strada tra lo spettacolo circense e la sagra popolare che le aveva in precedenza contraddistinte. In Italia, Bologna ricoprì, e tutt’ora ha, un ruolo di protagonista grazie alla passione e all’alto grado di specializzazione dei suoi allevatori.

In alto sediolo dell’ultimo quarto del XVIII secolo di costruttore non identificato, con ruote alte 168 cm cerchiate in ferro e sediolo finemente cesellato (collez. Baldisseri). In basso sediolo italiano del XVII secolo conservato al Long Island Museum nei pressi di New York

NASCE IL SEDIOLO

Un accenno sull’esistenza molto precoce di carrozze a due ruote da singolo adibite al trasporto di persone in Italia lo troviamo da Gozzardini (1864) il quale riporta che a Firenze nell’anno 1667 circolavano oltre 1000 “calessi”. Da rappresentazioni dell’epoca si può presupporre che si trattasse di un mezzo primitivo con ruote alte circa un metro ed un sedile per una o due persone sull’assale oppure tra le stanghe. La vettura veniva guidata dallo stesso proprietario.

Un primo accenno alle corse si ha da parte di Theodor Heinze che sostiene nel 1886 come il Sediolo servisse preferibilmente per spostarsi velocemente e per le corse a scommessa.

Il trait d’union tra mezzo di trasporto e attrezzo destinato alle corse sembra fornirlo il grande collezionista di carrozze e ricercatore svizzero Roberto Sallmann nel suo “Vocabolario delle Carrozze” edito a Franenfeld nel 1994 che così scrive: “Il Sediolo è un semplice due ruote con ruote alte. Le stanghe sono fissate all’assale. Su di esse è fissata, circa un metro davanti all’assale, una specie di sedia o poltrona che offre posto ad una persona. Un leggero effetto di molleggio viene generato solo dalle lunghe stanghe flessibili. Verso la fine del XVIII secolo vennero organizzate con questa vettura di costruzione semplice le prime corse al trotto nella regione di Padova, può quindi essere paragonata all’attuale sulky. Per questa ragione la vettura fu chiamata anche Padovana – da Ginzrot – oppure Padovanella. Il sediolo era diffuso nei dintorni di Venezia, soprattutto lungo il fiume Brenta. Là divenne un vero status symbol, riccamente ornato e dipinto; dietro all’assale era anche fissata una tavola sulla quale poteva stare in piedi il servitore.”

Il più antico sediolo esistente in Italia, datato 1744 e conservato a Ca’ Rezzonico, Venezia

CARATTERISTICHE COSTRUTTIVE

Il Sediolo si caratterizza per un’estrema leggerezza dovuta all’essenzialità quasi astratta della struttura che ne suggerisce eloquentemente la potenziale velocità. Privo di sospensioni, affida il molleggio unicamente all’elasticità delle stanghe e dei quattro slanciati sostegni incurvati verso il gambo sottile del sediolo, finemente traforato, conferendogli un’elegante forma a calice.

Un sulky datato 1858 guidato da Pasquale Beretta

DAL SEDIOLO AL SULKY

L’interdipendenza tra due facce di una stessa medaglia è evidente. Nelle fotografie d’epoca si nota come le prime vetture usate per le corse fossero né più né meno che dei classici sedioli con ruote molto alte. Anche l’abbigliamento del guidatore era di foggia prettamente tradizionale, con cilindro e redingote.

Fintanto che le corse si sono disputate su sterrati come nel caso di Prato della Valle a Padova, il piccolo sedile del guidatore si trovava in posizione molto avanzata rispetto all’asse delle ruote alte circa 1,50 m in modo che il molleggio delle stanghe attutisse le asperità del suolo. Quando poi vennero costruite le prime piste, il decadere di tale necessità portò all’arretramento del sedile che andò a trovarsi esattamente sopra l’assale.

Biglietto d’ingresso per la “Corsa dei Sedioli” organizzata a Padova nel 1846

La specializzazione per la velocità ha poi portato l’antenato del sulky, in legno, spesso finemente decorato e cesellato, con ruote alte ed eleganti, ad evolversi autonomamente con costruzioni in materiale tecnico o composito come alluminio o carbonio, dotato di ruote a raggi coperte da un guscio lenticolare fortemente aerodinamico, con baricentro basso e stanghe adatte all’uso di finimenti a sgancio rapido, destinate ad esercitare unitamente al sellino il tiro di un mezzo leggerissimo, senza l’intervento di tirelle.

Gli ippodromi, luoghi d’incontro unici, in cui convivono, arricchendosi, cultura, storia, costume, tempo libero, passione, dedizione, mestieri nuovi e antichi. Chissà se chi a vario titolo era al comando e ha distrutto il settore intorno al quale ruotano decine di migliaia di addetti ai lavori abbia veramente la volontà di mantenere, insieme ad un pezzo della nostra storia, quei famosi “posti di lavoro” che tanto scarseggiano. Non è nostalgia, è una semplice riflessione che ci porta immancabilmente a guardare fuori dai nostri confini. Perché all’estero il settore non è in crisi? Bella domanda, a cui servirebbe un’onesta risposta.

In alto modernissimo sulky in fibra di carbonio attaccato al cavallo Varenne, l’ultimo supercampione italiano, erede di quel “Lord William”, (vedi foto in basso) il cavallo che con il suo sediolo in legno vinse nel lontano 1832 la corsa da Londra a Brighton impiegando 3 ore e 15 minuti (circa 82 km)

 Per la documentazione fotografica delle immagini storiche si ringrazia il Museo del Trotto di Civitanova Marche (MC)

 

I SULKY OGGI

Intervista di Ermes Dall’Olio fatta alla fine del 2011 a Mario Massi, titolare della ditta ZI-MA

Abbiamo chiesto al Sig. Mario Massi titolare della nota ditta ZI-MA di Bologna che costruisce e vende sulky da corsa, quali siano i modelli più richiesti dai driver.

”Anche qui le mode fanno tendenza: la prima ci viene dalla SVEZIA con sulky al carbonio (€ 11.000 per 22 kg) a vantaggio di una estrema leggerezza; non sono di questo avviso gli AMERICANI che impiegano sulky in ferro (€ 6.000 per 40 kg) preferendo più peso per premiare una maggiore stabilità alle veloci andature; per finire c’è il mio modello made in Italy in lega di acciaio (€ 2.200 per 30 kg) che costituisce una interessante e apprezzata via di mezzo”.

Tra queste opzioni, quale la migliore?

”Qui ci troviamo tutti d’accordo: l’importante è il MOTORE-CAVALLO e se davanti c’è un “brocco”, non c’è tecnologia che conti! A comprovare quanto detto, il Sig. MASSI ci fa vedere una serie di fotografie che ritraggono il Mitico Varenne mentre taglia primo il traguardo con 5/6 modelli diversi di sulky.

Dati i tempi, sorge spontanea un’altra domanda destinata a mettere in difficoltà un po’ tutti gli “addetti ai lavori”: come risolvereste l’attuale momento difficile dell’ippica?

“Anche qui con molta semplicità siamo tutti sulla stessa lunghezza d’onda; il nostro mondo dipende dal Ministero dell’Agricoltura il quale ai massimi livelli lavora sullo schema della nota trasmissione televisiva “il lotto alle 8” , cioè , estrae a turno una persona che come requisiti sia un Ministro, lavori a Roma, abbia una buona dialettica, costantemente giacca e cravatta e gli assegna a tavolino soldi e Ministero. Visti i risultati (fatti concreti) degli ultimi anni, perché non copiano da NOI? Nel nostro mondo per arrivare primi in dirittura d’arrivo ALLE REDINI posizioniamo una persona CAPACE, poi se anche indossa una canottiera … VA BENE LO STESSO!”