Oggi giorno per i nostri viaggi, più o meno lunghi possiamo disporre delle modernissime tecnologie digitali con centinaia di “informatori” che si preoccupano di raccontarci la stessa versione dei fatti …  purtroppo una volta non era così, ci si doveva accontentare di un libro cartaceo scritto da uno che sapeva scrivere e leggerlo tra uno scossone e l’altro alla flebile luce di  UNA  LAMPADA  DA  CARROZZA.

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(da scritti di  Ivo Baldisseri)

 

 

Madame era sola nella carrozza in viaggio nella campagna di un tardo pomeriggio di fine autunno. Dalla montagna l’aria fredda induriva il terreno battuto dagli zoccoli dei cavalli insofferenti al ferro del morso. Il postiglione badava alla carrareccia irregolare che imprigionava le ruote e rompeva il passo dei cavalli. Era preoccupato per madame, che a tratti sbirciava di sottecchi dal finestrino alle sue spalle. Lui era un bravo conducente. I passeggeri non mancavano di favorirgli lusinghieri complimenti quando scendevano di carrozza.

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Ma madame, persona fine e riservata, elegante ma non leziosa, restava assorta, a seguire pensieri e fantasie enigmatiche che le indurivano lo sguardo. Alla bella campagna di provincia non dissimulava indifferenza. Forse le mancava la compagnia della bella e chiassosa brigata che frequentava la villa. Così pensava il postiglione agitandosi a cassetta, andando al ricordo del divertito vociare che arrivava fino alle scuderie. E così si distraeva, perdeva la mano dalle briglie, i cavalli scartavano una volta di troppo e gli pareva di sentire i sospiri di disapprovazione di madame, spazientita quanto lo erano lui ed i suoi cavalli. Il viaggio era ancora lungo, forse fino a serata inoltrata, mentre già le fredde e lunghe ombre si perdevano sotto le chiome sempre più rade degli alberi.

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Bisognava trovare immediato rimedio. Con il pensiero andò ai preparativi della partenza. Aveva riposto sui sedili di cuoio, dentro la carrozza, un voluminoso e caldo plaid, vicino ad un thermos bollente di tè alla menta, come piaceva a madame. Aveva messo due fiori freschi nel piccolo vaso di cristallo a forma di cono infilato all’anello in bella vista vicino al finestrino. E poi bagagli, cappelliere, … Oddio! La lanterna.

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Fra poco farà buio e occorrerà un lume.  Passò le redini alla mano destra e con la mano libera andò a tentoni a frugare sotto la coperta, dentro la sacca … eccola qua, la sua lanterna.  La sua era ammaccata e un po’ sbilenca, ma sempre utile e fidata. Era un oggetto semplice. Una scatola di metallo leggero, con uno sportello di vetro al lato anteriore. Al lato posteriore uno specchio interno sempre lucidato dietro alla fiamma di una semplice candela infilata in un cilindro. Alla base del cilindro una molla spingeva il cero verso l’alto assicurando costanza di fiamma nella giusta posizione davanti allo specchio. Poteva essere appoggiata, sulla sua base fissa, oppure portata in mano infilando quattro dita nelle apposite maniglie, oppure appesa ai propri uncini. Per madame, una lampada di fine metallo lavorata a sbalzo, ben lucidata, doveva essere appesa alla tappezzeria di panno verde in alto sopra la sua testa.

 

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Dalla sua posizione a cassetta non la poteva vedere, ma ne era sicuro. Ricordava i segni lasciati dagli uncini, spazzati via dal panno della tappezzeria col palmo della mano, quando aveva sostituito la candela. Il dubbio gli arrovellava il cervello. Ormai era buio e non poteva più rimandare. Fermò la carrozza, scese da cassetta con affanno, poiché il tormento gli mozzava il respiro.  Aprì lo sportello e trovò madame stizzita per l’inopportuna intrusione e, peggio, accompagnata da una folata di aria gelida. Il postiglione era troppo preso per scusarsi. Alzò gli occhi alla lampada che con sollievo vide al suo posto sopra la testa di madame. Allora si. Si scusò – ma non aveva colpe da confessare – sganciò la lampada dalla tappezzeria, accese lo stoppino e, richiuso lo sportello, riagganciò la lampada alla giusta altezza al lato destro di madame, augurò buon proseguimento e risalì a cassetta.

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L’aria era sempre gelida. La campagna sempre più cupa. Il postiglione recuperò serenità e mano sicura che i cavalli subito percepirono battendo gli zoccoli all’unisono interpretando le asperità della strada d’anticipo sul gioco di redini. All’interno della carrozza la fiamma della candela, immobile perché protetta, mandava luce fino agli angoli lontani, poiché lo specchio ne ampliava il bagliore. La fanaleria all’esterno, il lume a cassetta, i finestrini illuminati di calda luce avevano dato vita alla carrozza e restituito al postiglione la consueta sensazione  di buon governo del mezzo e degli animi.  Madame si versò una tazza di tè, stese il plaid sulle ginocchia, si appoggiò confortevolmente allo schienale imbottito, sistemò la direzione della luce agganciando la lampada un po’ più in basso sulla destra, raccolse il libro di poesie e incominciò a leggere:

………..better an ignis fatuus than no illume at all …………

……….meglio un fuoco fatuo che una completa oscurità ………

Il postiglione sentì due gentili colpetti di nocche sul legno alle sue spalle.  Madame aveva gradito.

 

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