LA  TREGGIA  il più antico mezzo di trasporto a trazione animale

LA TREGGIA il più antico mezzo di trasporto a trazione animale

                            

Questa vecchia foto ingiallita dal tempo che ritrae una coppia di giovani agricoltori Emiliani di fine 800 mentre si recano al lavoro nei campi, mi ha fatto scattare la molla della curiosità; ma che razza di mezzo è quello lì ?  Una TREGGIA ?

A dire il vero, qualcosa avevo sentito dire da anziani contadini, ma in maniera frammentaria e poco chiara, fino a quando sono riuscito a trovare la persona giusta, forse l’unica in tutta Europa che nel lontano 1975 sostenne una tesi di laurea in Inghilterra sulla TREGGIA e che oggi è un Antropologo di fama mondiale; il Prof. GIOVANNI  CASELLI  di Bagno a Ripoli,  Toscana, Italia.

Cari lettori, preparatevi a stupirvi, perché quel povero tronco d’albero biforcuto denominato “TREGGIA”, in  simbiosi con l’umile e generoso bue, hanno dato vita nel lontano 4000 A.c. al primo mezzo di trasporto dell’umanità che, 1000 anni più tardi con l’applicazione delle ruote a quello stesso telaio diede vita al CARRO.

Ora vediamo a grandi linee come si svolsero i fatti … 

dalla biblioteca del Prof. Giovanni Caselli

NELLA  NOTTE  DEI  TEMPI  TUTTI  DORMONO, L’UOMO  NO !

Come illustrato nel disegno i primi veicoli senza ruote inventati e utilizzati dall’uomo sono stati, la TREGGIA (veicolo a Y) e la SLITTA.   Il loro utilizzo iniziò nel tardo Neolitico e nel Calcolitico quando l’uomo terminò la prima fase sperimentale di addomesticamento degli animali da lavoro rappresentati dal bue e dal predecessore del cavallo chiamato ONAGRO.

 

 

Strutture costruttuve di una treggia e del treggiolo

Strutture costruttive di una treggia e del treggiolo

SEMPLICITA’  PRATICITA’  UNITI  DA  UNA  GRANDE  VERSATILITA’.

Un tronco d’albero biforcuto ( ad Y) più o meno grosso e di lunghezza variabile fungeva da telaio, con altri pezzi di legno intagliati e sagomati veniva adattato alla tipologia di lavoro che doveva svolgere, semina, trasporto legname, aratura, trasporto cose e altro, durante la stagione estiva scivolava su terreni pianeggianti,  con la neve non aveva problemi.

CHI  ERANO  E  DA  DOVE  ARRIVAVANO  QUESTE  POPOLAZIONI

Si hanno già prove certe che queste popolazioni si svilupparono nella Mesopotamia (3000 A.c.) e che poi, nel corso degli anni lentamente arrivarono fino al continente Europeo.   A favorire questa espansione e relativa colonizzazione contribuì in maniera determinante una delle più grandi invenzioni della storia, la RUOTA che pare sia stata inventata proprio nella vallata del Tigri – Eufrate.  Verso la metà del 2500 A.c.  le popolazioni contadine che avevano già avviato un buon livello di addomesticamento dei primi cavalli (onagri) notevolmente più veloci dei buoi, e supportati dalla nuova straordinaria invenzione (la ruota), assemblarono il tutto sul telaio della TREGGIA ed iniziarono le grandi migrazioni verso le più temperate  regioni Europee. 

 

PicMonkey Collage

LA  TREGGIA  SI  TRASFORMAVA  IN  CARRO.

Nel corso si queste grandi migrazioni il territorio mutava e ben presto al posto delle sterminate pianure apparvero le alte vette ed i territori montuosi.  A questi cambiamenti si devono le modifiche che via via si susseguirono nelle strutture dei carri  infatti molti dei carri usati allora derivavano dall’accoppiamento di due veicoli a Y che  dopo altro tempo ancora suggerirono l’idea del diffusissimo “carro-snodato”.

 

Con l'aggiunta delle ruote al telaio della Treggia ecco i primi Carri.

Con l’aggiunta delle ruote al telaio della Treggia ecco i primi Carri.

IL  MISTERO  DELLE  DUE  TREGGE     

Torniamo indietro al 1975 quando il Prof. Caselli nella sua tesi sulla TREGGIA aveva individuato che un antichissimo modello di TREGGIA rinvenuto in CRIMEA era perfettamente identico ad un esemplare ritrovato in Toscana. Da allora sono passati 37 anni e quel mistero finalmente è stato risolto, ce lo racconta in esclusiva per noi di Carrozze & Cavalli il Sig. Giovanni Caselli ;   “” Il mistero dell’unicità di questo veicolo ed il valore delle mie argomentazioni scientifiche in proposito è stato confermato quest’anno grazie ad uno studio compiuto presso l’Università di Bologna da uno studioso Giapponese prematuramente scomparso.   Lo studio riguardava la schiavitù a Firenze nel tardo medioevo. Vi erano, e non solo a Firenze, schiavi Tartari importati da Genovesi e Veneziani dalla Crimea.  Gli schiavi non potevano essere cristiani e quindi si importavano i Tartari che avevano un aspetto gradevole; biondi con gli occhi celesti e le donne molto belle. Mentre le donne venivano impiegate come serve, domestiche e concubine nelle case di mercanti o bottegai, gli uomini venivano impiegati nei campi durante il periodo di diffusione della mezzadria in Toscana.  Occorrevano uomini che sapessero coltivare e i Tartari della Crimea, che coltivavano la vite sulle colline di quella regione  riuscirono perfettamente ad integrarsi.  Grazie alle loro capacità  vennero utilizzati sull’Appennino Tosco-Emiliano (parmense e lunigiana) nel Mugello, Casentino e Chianti.  Naturalmente questi agricoltori Tartari per lavorare iniziarono a costruirsi attrezzi  e mezzi di lavoro identici  e con le stesse tecniche costruttive  imparate nelle loro terre, ragion per cui la Treggia  ritrovata in Crimea era assolutamente uguale a quella scoperta in Toscana.

Una rarissima foto scattata nel Casentino anno 1870

Una rarissima foto scattata nel Casentino anno 1870

 

Ringrazio il Prof. Giovanni Caselli  per la straordinaria collaborazione  e per saperne di più invito tutti a vedere  su Wikipedia – Giovanni Caselli con tutto l’elenco delle Sue pubblicazioni scientifiche,  mentre per approfondimenti sulla TREGGIA e altro www.giovannicaselli.com   Da non dimenticare  che per  tantissime ricerche e studi il Prof. Caselli ha lavorato in collaborazione  con il collega Silvano  Guerrini dell’ Antella (FI).

Altre due rarissime immagini- a sinistra ai piedi del Gran Sasso a destra nella foresta di Camaldoli con due Monaci in partenza

Altre due rarissime immagini- a sinistra ai piedi del Gran Sasso a destra nella foresta di Camaldoli con due Monaci in partenza.