Stai guardando: Home » Costume e Societa', In Evidenza » Domenica 3/2/2019 Torino – Cambiamo insieme & meglio l’Agricoltura

 

 

La locandina che vedete in alto può sembrare all’apparenza una normale pubblicità di un normale evento al quale solo i pochi addetti ai lavori hanno diritto di parlare e vedere. Non è così! Questo evento giunto alla sua ottava edizione riunisce presso i locali della Cascina Roccafranca le molteplici voci e idee di persone dedite e appassionate di agricoltura che con i loro occhi, collegati al proprio cervello, hanno capito che l’agricoltura italiana ha bisogno di qualche “ammodernamento tecnico-strutturale” che fino ad oggi si è avvalso delle “ampie vedute” di chimici, importatori, avvocati, burocrati e lobbisti, mentre in un futuro prossimo sarebbe utile udire le voci e ripetere i gesti di quel lavoratore dei campi con la scarpa grossa ed il cervello fino denominato … Contadino.

L’evento “Una Babele di Semi” è organizzato da A.S.C.I. Piemonte e si svolge a Torino in via Rubino, 45  presso la Cascina Roccafranca dalle ore 9,30 alle 16,30 di Domenica 3 febbraio 2019. Per info.  ascipiemonte@gmail.com  

 

 

Abbiamo l’impressione che si sia concluso un ciclo iniziato tanti secoli fa e sia necessario iniziarne un’altro, perché legate al mondo dei semi ci sono la coltivazione e poi la produzione di generi alimentari come la pasta ed il pane che oggi (purtroppo) a distanza di secoli presentano tante criticità irrisolte, prima fra tutte che alcuni popoli ne abbiano in abbondanza, altri nulla! Dato che in tante problematiche irrisolte c’è di mezzo l’homo-furbus del terzo millennio che ha preso a bastonate l’homo-sapiens originario, noi soprassediamo e informiamoci meglio.

Andiamo indietro nel tempo fino al X millennio a.C. e troviamo intere popolazioni (Iraq, Persia, Palestina, Turchia, Iran) intente alla coltivazione di frumento primitivo, farro e orzo. Passiamo al Medioevo dove il pane era il simbolo dell’alimentazione umana, come già la religione cristiana aveva evidenziato sia nella preghiera del “Padre Nostro” che nel sacramento della comunione. Con il pane bianco di frumento si cibavano i ricchi. All’epoca erano attribuite al pane chiaro anche qualità taumaturgiche. Nel ‘300 venivano inoltre realizzati dei panini bianchi detti «da bocca», utilizzati al posto dei tovaglioli durante i banchetti.
La povera gente si sfamava invece con il pane d’avena o di crusca. La sua preparazione consisteva nel fare una pasta senza sale, lievito e droghe, che veniva riposta in un luogo caldo durante la notte. Il giorno dopo, con questo composto si elaboravano i pani da infornare; cotti che fossero, s’immergevano nell’acqua bollente per poi riporli nel forno per l’asciugatura. Questo tipo di pane di lunga conservazione era anche il cibo portato dai pellegrini nella bisaccia, consumato dopo essere stato rammollito con un panno bagnato.
Nacque in questa epoca la superstizione che il pane messo in tavola capovolto portasse sfortuna, credenza popolare derivata da come i fornai consegnavano in segno di disprezzo il “pane del boia”, preparato senza compenso per doveri di legge.

Si arriva poi senza troppe novità ai tempi nostri, nell’era dell’abbondanza e in questo caso posso riportare un fatto visto in prima persona in un grande forno industriale che giornalmente serviva alcuni importanti supermercati con quintali di pane. Ogni mattina consegnava il pane fresco di giornata e ritirava il pane (vecchio?) del giorno prima. Il cosiddetto pane vecchio il titolare, di sua iniziativa, lo regalava ad allevamenti di maiali spostandosi con i suoi furgoni. Purtroppo il pane reso era così tanto che neppure i maiali riuscivano a consumarlo. Non andai a fondo e neppure cercai di capire il perché, considerato che l’amico e titolare mi disse che … tutti fanno così! Ogni tanto mi tornano in mente quei furgoni colmi di sacchi di pane rifiutati per abbondanza pure dai maiali, mentre osservo in TV le immagini di certe zone del mondo dove esseri umani come noi tendono le mani disperate per avere una sola piccola pagnotta per sfamarsi.

 

 

 

 Mc 4,26-32 – Il seme germoglia e cresce; come? Nessuno lo sa

IL BENE SOTTERRANEO

http://www.giovaniemissione.it/categoria-di-spiritualita/766/mc-426-32-il-seme-germoglia-e-cresce-come-nessuno-lo-sa/

 

Marco 4 [26]Gesù diceva: «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; [27]dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. [28]Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. [29]Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura».

[30]Diceva ancora: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? [31]Esso è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; [32]ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra».

“” Il seme sotto terra è testimone silenzioso dell’istante in cui l’azione umana e quella divina s’incontrano, conosce la mano che getta il seme e di Colui che poi lo fa crescere, avverte l’azione del sole e della luna … lì sotto terra … è presente a tutto ciò che avviene, all’arrivo della pioggia, della neve, al soffio del vento, interagisce con tutti gli elementi della terra: coi minerali, i nutrienti, gli esseri viventi quasi invisibili all’occhio umano, tutti contribuiscono al processo della sua crescita. Il seme attende, accetta tutto, accoglie tutti, come la madre terra. Nessuno cresce solo! Neppure il più piccolo seme.“”

 

Albano Moscardo in azione con le sue innovative attrezzature agricole a trazione animale

 

Attualmente in Italia ci risulta che Albano Moscardo sia l’unico professionista e competente del settore che possa consigliarvi e vendervi una idonea attrezzatura a trazione animale. Naturalmente, al contrario di un comune trattore, nel campo della trazione animale il Sig. Moscardo saprà consigliarvi anche sulla razza del cavallo, sui finimenti che deve indossare il cavallo e sul tipo di lavorazioni che un cavallo può permettersi di eseguire. Il cavallo che lavora nei campi, come riferito e insegnato dai nostri nonni e bisnonni, non è uno “schiavo” che lavora, ma è un nostro compagno di lavoro, oltre alla “biada” gradisce molto “il rispetto!”

Per info. www.noieilcavallo.org   

 

 

 

 

 

 

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