Le nove Contrade

Gareggiano tra loro in varie competizioni e sfilano in costumi dell’epoca rievocando il transito dell’imperatore Federico II di Svevia nel 1239. Le pittoresche e vetuste mura monselicensi fanno da sfondo alla manifestazione conferendo alla città un’atmosfera d’altri tempi.

Le Contrade: Carmine, Ca’Oddo, Marendole, Monticelli, San Bortolo, San Cosma, San Giacomo, San Martino e Torre.

Nella rievocazione passata del 2017 ci soffermammo in particolare sulle antiche macchine da guerra. Considerato che il regolamento del Corteo Storico impone che ogni Contrada si presenti con una macchina da guerra, un’antica bottega artigiana del tempo e un personaggio di spicco che nel passato avesse caratterizzato la Contrada, noi in questo articolo del 2018 prenderemo in considerazione le botteghe artigiane del Medioevo con alcune curiosità lavorative del tempo e allo stesso tempo citeremo alcune leggende a base di streghe, fantasmi e folletti che in qualche modo riconducono al tema delle contrade partecipanti. Non perderemo mai di vista il nostro settore delle redini lunghe ben rappresentato dai poderosi cavalli da Tiro Pesante Rapido di noti allevatori della zona accompagnati anche da pariglie di cavalli e coppie di robusti buoi.

Le suggestive leggende, in molti casi abbastanza realistiche che troverete citate, sono tratte da un interessante sito web specializzato in tutto ciò che riguarda la città di Monselice dalle origini ai giorni nostri,  www.ossicella.it   Ve le proponiamo alternate alle belle immagini del Corteo Storico che ancora una volta ha saputo stupire le migliaia di persone arrivate da tutto il Veneto, e non solo, per assistere ad una Rievocazione Storica  curata nei minimi dettagli come raramente è dato vedere. Unico rammarico, a detta di molti, che abbia luogo una sola volta all’anno, non sarebbe male poter richiedere … un bis!

 

 

 

Principi, Re e Regine, vita da nababbi!

 

La dura vita delle donne nei lavori dei campi

 

Intorno agli anni ’50 si è iniziato a vociferare di nobili e coraggiosi cavalieri erranti che vagavano di castello in castello a liberare dolci e stupende fanciulle tenute prigioniere dal malvagio padrone del castello. Da lì è nata una leggenda (fake?) che si tramanda fino ai giorni nostri, purtroppo priva di testimoni oculari, narrazioni orali e testi scritti. Da nostri studi caratteriali sulle abitudini femminili del tempo, unite alle pessime condizioni di lavoro che vivevano le donne medievali di tutte le età, siamo in grado di affermare con buona approssimazione che tantissime dolci e belle fanciulle stavano benissimo con il ricco (e non più giovane) padrone del castello ad oziare e passeggiare dalla mattina alla sera, ben vestite e profumate, e non avevano nessunissima intenzione di farsi rapire da un bell’imbusto squattrinato e giramondo che dopo il primo anno di fuochi artificiali le avrebbe relegate in una capanna a lavare i panni sporchi nel greto del fiume in dicembre!

 

Oh mio eroe tenebroso!

 

 

 

Si potrebbe cortesemente concedere ogni tanto un piccolo strappo alla regola? Grazie e Amen!

 

 

 

Fabio Tonello

 

Il carro dei Bottai

 

La bottega semovente dei Bottai trainata da una bella coppia di buoi

 

(Tra le pubblicazioni da noi consultate; www.historiaetius.eu )

Nascono le prime Botteghe Artigiane in Italia

Fioriscono nell’XI secolo le corporazioni delle arti, dei mestieri e dei mercanti, costituiti dal ceto medio produttivo degli insediamenti cittadini più numerosi e trovano proprio in Italia il loro più fertile terreno di coltura. Le arti si ponevano come organismi preposti nel regolare le strutture lavorative, in particolare per la salvaguardia e la trasmissione del sapere tecnico, alle dipendenze di un maestro di bottega e tramite la regolamentazione dell’apprendistato mediante contratti. La bottega artigiana (Apotheca) nel contesto del tessuto urbano era vista come un piccolo centro di produzione e trasmissione del sapere ed era solitamente ubicata al piano terra di un edificio prospettante la via principale. L’ambiente nel suo complesso presentava una larghezza ridotta sul fronte stradale, mentre si allungava in profondità per dare spazio al laboratorio dove venivano poi confezionati i manufatti che venivano esposti sul fronte strada per la vendita.

Il lavoro notturno di regola era vietato ma non per tutelare le condizioni fisiche degli operai (discepoli o lavoranti), ma per scongiurare il rischio sempre latente di incendi causati da una illuminazione rudimentale ottenuta mediante l’utilizzo di lucerne o torce. Si evitava anche che un’illuminazione così imperfetta non consentisse di confezionare prodotti di buona qualità come previsto dallo statuto senza contare poi che la luce fioca di una lucerna poteva ingannare l’acquirente, nascondendo eventuali difetti del manufatto. Anche nell’anno 1000 da bravi Italiani questa regola pare non fosse troppo rispettata viste le multe comminate dagli ufficiali della Repubblica di Venezia ai trasgressori. Nello statuto dell’arte della lana di Firenze del 1317, in caso di violazione della norma, ad essere multati pare non fossero solo i datori di lavoro, ma anche gli operai salariati, ai quali venivano detratti sotto forma di multa i 2/3 della paga giornaliera (5 soldi da un totale di 8).

Orari di lavoro … anche di Domenica e festivi!

Nel 1335 a Firenze ci furono 67 giorni festivi e a Siena 71. Nel numero non erano comprese le 52 domeniche e i sabati in cui, ricordiamo, la giornata lavorativa subiva una riduzione. Togliendo le giornate non lavorate la quantità dei giorni lavorativi oscillava tra i 226 ed i 230 all’anno. Va da sè che a quei tempi, senza scioperi e sindacalisti, con le giornate pagate solo se lavorate, alcuni mestieri si organizzarono per fare fronte ai minori introiti. Nella città di Firenze alcuni mestieri iniziarono a tenere aperte le botteghe a turno e nei vari quartieri anche di domenica, onde riuscire a soddisfare le esigenze della popolazione. Di questa iniziativa si farà portavoce l’autorità comunale che in taluni casi imporrà l’apertura delle botteghe e la relativa prestazione dei servizi a numerose categorie di artigiani, sia la domenica sia in altre giornate festive. Per alcune categorie di lavoratori dell’arte della lana (cimatori, scardassieri, lavoranti in tiratorio) era consentito lavorare tutta la giornata del sabato, mentre per altre categorie di operai salariati si permetterà di poter lavorare anche nei giorni festivi con la scusa apparente di sorvegliare la bottega.

 

La Bottega dei Mugnai

 

Il carro degli Ortolani. Alle redini Nicolò Pincerato

 

Giovani e giovanissimi, anche per loro il lavoro non mancava mai

 

 

Era facile divenire Maestro di Bottega? Il tirocinio.

Anche in questo caso lentamente il progresso portò in alcuni casi ad accorciare i tempi e in questo prenderemo ad esempio alcuni dati di Bologna dove per diventare falegname servivano quattro anni di tirocinio nel 1248, ma solo due anni nel 1258; per essere un calzolaio ci volevano quattro anni nel 1258 che salirono a cinque nel 1327; per divenire barbiere ci volevano tre anni nel 1320 e solo due nel 1376. A Venezia bastava un solo anno per diventare pescivendolo mentre ne servivano cinque per esercitare il mestiere dell’orefice. Ma non era finita lì. Alcune tra le arti più importanti disponevano che alla fine dell’apprendistato il futuro maestro dovesse dare dimostrazione pratica di avere effettivamente appreso le tecniche del mestiere confezionando un capo d’opera (capolavoro) o sottoponendosi ad una prova d’esame.

A Venezia la Mariegola dell’Arte dei Veludieri imponeva il superamento di quattro prove a complessità crescente relative alla confezione di altrettante categorie di velluti. A Milano nel 1492 per essere ammessi alla corporazione dei Sarti (Paraticus et schola sartorum) si doveva sostenere un esame in presenza degli Abati, assistiti da due maestri dell’arte cui spettava in via esclusiva decidere se l’esaminato era idoneo a divenire maestro. E non era ancora finita. Prima di aprire la propria bottega doveva pagare il paratico per la sua qualifica di Maestro che era di 4 lire imperiali se nativo a Milano o nel Ducato, e di 16 lire imperiali se al di fuori del Ducato di Milano. A questo proposito giova citare il forte spirito protezionista (tornato di moda ai tempi odierni) delle corporazioni che si manifestava tramite le tante restrizioni applicate ai danni dei forestieri. A Pisa il fabbro che non apparteneva alla città o al distretto e che non avendovi imparato l’arte voleva fabricam elevare ad dictam artem faciendam, non poteva essere ammesso a farlo se non avesse giurato obbedienza al comune di Pisa, garantito di pagare le tasse, di difendere i cittadini pisani ed i confederati del comune, con giuramento di fedeltà all’arte nelle mani del console.

 

 

 

 

Bruno Favaretto

 

 

L’antenata di Maddalena Vallotto in una foto di repertorio … del XIII secolo

 

 

 

 Finalmente si apre bottega

Restrizioni e divieti di vario genere abbondavano in tutte le arti riguardo il corretto svolgimento dell’attività del Maestro di bottega, perché? Queste misure rigorose vennero messe in atto per salvaguardare gli interessi dei clienti consumatori e la qualità dei manufatti. Manufatti che se non confezionati secondo precise regole qualitative avrebbero inciso negativamente sull’onore e la rispettabilità dell’arte stessa. Esaminiamo alcune di queste restrizioni con ironia e la classica “ragion del poi”.

I Pellicciai di Bologna dovevano acquistare una determinata quantità di pelli tenendo conto delle capacità lavorative della bottega onde evitare speculazioni ed accaparramento. Gli Orefici di Brescia dovevano sottoporsi ai controlli dei Consoli riguardo alla bollatura dei pesi e delle misure, con ripetuti controlli affinché non avvenissero processi chimici atti ad alterare o modificare i colori dell’oro e dell’argento. Di rigore che su manufatti in oro venissero montate esclusivamente pietre pure e autentiche. Lo statuto dei Sellai di Firenze imponeva una distinzione tra cuoi rigidi e cuoi flosci. A Vicenza nel XIII secolo si fece uso addirittura della pena infamante: “Chi usa per purgare pezze o ritagli di panni materiali che non siano sapone nero tenero e terra, deve essere multato, escluso in perpetuo dall’arte e condotto per le piazze con la corona in capo”. Ovunque gli statuti corporativi sanzionavano il divieto di richiamare clienti con suoni e grida o di andare loro incontro per incitarli a visitare la propria bottega. Era espressamente vietato di facere credentiam ai clienti per la realizzazione di abiti o lavori di cucito se il committente non avesse interamente pagato il sarto.

 

 

Mattia Manente

 

 

 

 

 

Michela Gazzola

 

Ultimi in questa vita terrena ma forse primi lassù in cielo: discepoli, garzoni, apprendisti e lavoranti.

Nel corso del XII secolo veniva redatto un documento (Locatio Operarum) dove l’apprendista si impegnava ad abitare presso il datore di lavoro, a servirlo e “salvare” beni e cose, a non frodare, a non abbandonarlo neppure temporaneamente per tutta la durata del contratto, che solitamente variava dai due ai quattro anni. Come controparte il Maestro di bottega si impegnava a fornire vitto, alloggio e vestiti con l’obbligo di insegnare l’arte. In tempi per noi oggi incomprensibili, ove regnava enorme miseria e povertà, vitto, alloggio, vestiti e un lavoro sicuro per il futuro rappresentavano un buonissimo stipendio. In alcuni contratti il Maestro si riservava di insegnare all’apprendista alcune lavorazioni particolari, fare apprendere anche altre attività oltre la propria come leggere, scrivere o suonare uno strumento. Nel contratto di lavoro chiamato discepolato era quasi sempre previsto l’obbligo del Maestro di dare assistenza ai propri discepoli che si fossero ammalati. In alcuni contratti di apprendistato genovesi del 1250 circa riguardanti l’arte della lana, si sanciva l’impegno del Maestro ad insegnare al discepolo di lavorare con una mano o con tutte e due le mani. Questa particolarità di insegnamento individuava nell’allievo due diversi livelli di padronanza del mestiere, in particolare il secondo che lo rendeva capace di lavorare con entrambe le mani, e quindi in grado di tessere da entrambi i lati del telaio, trasformandolo in un tessitore completo, potenzialmente pronto a diventare Maestro.

 

 

 

Diego Verza

 

Fabio Magonara

 

Giovani donne e bambini al lavoro

 

Il lavoro iniziava a 7 anni.

Nel Capitolare dei Fiolieri (Artigiani del vetro veneziani) nella Venezia del 1271, si stabiliva che gli apprendisti potevano avere una età variabile dagli otto ai 14 anni, mentre quello dei Bottai ammetteva anche i ragazzini di sette anni. Il numero massimo di apprendisti che il Maestro poteva trattenere nella propria bottega era di due, provvedimento giustificato dalla didattica dell’insegnamento, per via che una sola persona, oltre a svolgere le proprie importanti mansioni, non sarebbe stata tecnicamente in grado di istruire e sorvegliare contemporaneamente più di due fanciulli.

L’uso della frusta

Il diritto che il Maestro aveva di usare la cinghia e la frusta nei confronti del giovane discepolo è richiamato spesso dai contratti di apprendistato anche se poi veniva applicato molto raramente. Nel 1277 si iniziò a parlare di dare agli apprendisti un piccolo compenso in danaro oltre al solito vitto, alloggio e vestiario. Nel capitolato dei calzolai del 1277 la paga doveva essere direttamente proporzionale alla loro capacità lavorativa e in diretto rapporto con la loro età e con il numero di anni di tirocinio già completati.

Nota Bene: “Una simile regola applicata nel 2018 butterebbe in mezzo ad una strada a mendicare svariati gruppi di Corporazioni e migliaia di parolai che non citiamo perché … nel nostro intimo siamo dei Signori e degli incorreggibili Gentleman!”

 

 

Due bellissime armature con tanto di cavalieri in carne ed ossa dei giorni nostri

 

IL MESTIERE DELL’ “ARMORARO”

A partire dal VII secolo a.C. nell’Antica Grecia nasce l'”Armoraro” detto anche “Armiere o Corazzaio”. Si trattava di un fabbro con elevati doti e capacità di lavorare il ferro che si mise a costruire armi bianche adibite alla difesa attiva e passiva come lo scudo e l’elmo. L’attività rendeva bene e si diffuse rapidamente in tutto il mondo civilizzato impegnato per centinaia di anni a fare delle guerre. Quando poi i livelli di civiltà raggiunsero le più alte vette con l’introduzione di armi da fuoco ed esplosivi, i poveri uomini corazzati dovettero cedere il passo e mettersi in “cassa integrazione” in attesa di una nuova e più moderna arma letale capace di distruggere con gli esplosivi e nel contempo raggiungere nuovi traguardi di civiltà!

 

 

Le antiche armature erano quasi tutte “difettose”: l’Armoraro non aveva previsto una sacca-custodia per il … cellulare!

 

 

 

 

 


 

 

 

 

Tratte dal Sito web: www.ossicella.it  Vi proponiamo due romantiche leggende di Monselice.

 

http://www.ossicella.it/monselice/speronella-e-olderico-da-monselice/

 

 

http://www.ossicella.it/monselice/giacomino-da-carrara-un-fantasma-nel-castello-di-monselice/

 

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Sempre tratte dal Sito web: www.ossicella.it  Vi proponiamo altre due leggende.

 

http://www.ossicella.it/monselice/leggende-di-marendole/

La strega della povolata di Ca’ Oddo

 

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Samuele Boaretti specialista in matrimoni e cerimonie, nella vita di tutti i giorni è anche un abile maniscalco

 

Il carro con la Bottega dei Fabbri Maniscalchi

 

Mattia Manente

 

Mattia semicoperto dai cavalli con a fianco Elisabetta che sorveglia cavalli e … guidatore!

 

Mario Girotto presente a questo corteo da 33 anni. Complimenti Mario!

 

Mario Girotto titolare del Centro Ippico “Il Criollo” a Tribano di Padova

 

 

 

Armi, figuranti, finimenti e macchine da assedio, tutto ricostruito nei minimi dettagli

 

Diego Verza alle redini della pariglia di cavalli da Tiro Pesante Rapido (TPR)

 

 

Il potente Carro Balista trainato dalla pariglia di TPR

 

 

Al fianco dei potenti cavalli da tiro una rappresentanza del C.I. Zoccolo d’Oro di Villatora di Padova: Maddalena Vallotto e Nicola

 

 

 

 

 

 

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Termina quì la nostra cronaca: forse ci siamo un po’ troppo dilungati, ma ci teniamo a farvi presente che la sfilata storica che abbiamo visto è qualcosa in più di un gruppo di persone che si mettono in maschera e passeggiano per le vie di una città o un paese. Tempo fa, e non so dove, abbiamo visto un cartello accanto ad un bosco che precedeva un antico edificio, leggiamolo e facciamone tesoro. Prima di esplorare, capire, comprendere e valutare fatti e accadimenti di altri popoli, informiamoci e capiamo meglio … le faccende di casa nostra!  

 

 

Ricordiamo agli interessati che nel caso qualcuno gradisse un CD con le foto dell’articolo più altre non pubblicate in buona risoluzione per essere stampate o ingrandite su carta fotografica, può inviare una mail. a  ermes.dallolio@yahoo.it  (costo euro 25.00)