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Nonno Gian Carlo con il figlio, il nipote, il genero e il cavallo Jouke (pronuncia Juk). Sul carro i prodotti coltivati nei loro campi.

 

Foto e testi a cura di Gian Carlo Bina

 

Si, nell’ oggetto ho scritto tempi passati ed è vero, però devo anche dire, che io, con il mio cavallo , cerco di riviverli per godere ancora della loro bellezza e serenità che mi hanno donato.

Premetto che la mia famiglia non è mai rimasta un giorno senza cavallo, naturalmente da lavoro, doveva servire in campagna , ma anche per trasportare le antiche mele “carle” e altra frutta di stagione al mercato a Voghera, considerato che i miei erano anche frutticultori, al ritorno non si tornava vuoti, ma carichi di prodotti per il commestibile e l’ osteria che la mia nonna aveva aperto 1904. Un giorno alla settimana era dedicato a questi servizi, il percorso tra andata e ritorno era di circa 30 Km , non tantissimi, ma fatti sempre carichi. Una volta giunti a Voghera, depositata la frutta al posteggio del mercato ortofrutticolo, il cavallo lo ricoveravano allo stallaggio dell’ Albergo Stella, per poi riprenderlo per i vari rifornimenti e fare ritorno nel primo pomeriggio. Venivano utilizzati , per la campagna, anche due coppie di buoi, poi sostituite con una trattrice cingolata FIAT, negli anni 60, ma il cavallo non è mai stato messo da parte. Uno dei ricordi più vivi che conservo nella mia mente è quando con il nonno portavamo l’ uva alla cantina sociale di Retorbido a 16  Km di distanza . Usavamo il cavallo , perchè pur andando al passo, era sempre più veloce del cingolino. La bigoncia conteneva 20 ql. di uva barbera , era posizionata su un rimorchio dove poi veniva attaccato il mitico Baione , cavallo di sette quintali con criniera a spazzola e coda mozzata, piuttosto sgambato, alto al garrese e all’ occorrenza buon trottatore. Il nonno era riuscito a pagarlo relativamente poco, pur essendo bravissimo sul lavoro, perchè aveva un grave difetto, morsicava.  E’ stato costretto a usarlo per più di un anno con la museruola, poi con lui si comportava bene. Nel periodo di vendemmia  si facevano 5 o 6 viaggi a seconda delle annate più o meno produttive, naturalmente distribuiti nelle varie giornate che stabiliva la cantina . Dovevamo sempre fare un po di coda, su un grande piazzale asfaltato leggermente in salita per poter accedere alla cantina. il suolo diventava viscido per la perdita dei mosti che fuoriuscivano dalle varie bigonce non a tenuta stagna e l’ avanzamento era abbastanza difficoltoso. Ricordo che il nonno mi diceva di prendere il cavallo a mano e lui si posizionava dietro il rimorchio con un rincalzo, che in caso di fermata dava un aiuto al cavallo facendogli prendere fiato.   Il problema era che Baione si innervosiva quando doveva impegnarsi molto e con me vicino gli ritornava il brutto vizio di morsicare, al che dopo un paio di “tenagliate” ben assestate sul mio braccio dx. dolorante mollavo la presa ed il nonno mi concedeva di allontanarmi e qui iniziava lo spettacolo, con un pubblico di astanti impressionati dal rapporto esistente tra cavallo e padrone. Il nonno da dietro il rimorchio lo comandava a voce e Baione dava tutto se stesso, scivolava, si inginocchiava, si rialzava, lo faceva spostare a destra e a sinistra, sempre a voce ,” ve chi tò , va j eù” ,  per rendergli, per quanto era possibile, il percorso più agevole e Baione non mollava per nessun motivo. La ricompensa era, una volta raggiunta la meta, solo due pacche del nonno sul collo del suo grande cavallo , ma credo che per Baione valesse più di qualsiasi altro premio.

 

Il nonno di Gian Carlo Bina

 

Il nonno ha tenuto Baione per quasi 20 anni e quando ha dovuto venderlo a causa degli acciacchi che non gli permettevano più di lavorare , credo che la sofferenza per la separazione sia stata reciproca, Baione non voleva salire sul van e il nonno con dei colpi di tosse cercava di mascherare il dolore, ma lo tradivano le lacrime che rigavano le guance bruciate dal sole e brillanti si fermavano sui folti baffi. Dopo Baione ci sono stati ancora molti cavalli, ma credo che nel cuore del nonno ci sia stato posto solo per lui. Il mio Nonno, classe 1892 è mancato nel 1986 , ha combattuto nella guerra del 15- 18 e si è fatto 7 lunghi anni di militare, ma anche in quella triste occasione erano presenti sempre i cavalli. A 90 anni è salito ancora in sella ed a più di 80 , quando portavo a casa un nuovo cavallo e volevo provarlo a sella, il mio papà mi diceva, prima fallo montare dal nonno, sinceramente ci rimanevo un po male, ma ho sempre accettato il consiglio. Ora lo sono anche io nonno e vorrei trasmettere al mio nipotino tutti quei valori di vita e tutto l’ amore per i cavalli che il mio grande avo mi aveva trasmesso, spero tanto di riuscirci.

 

 

Gian Carlo Bina, ora in pensione, si può dedicare a tramandare il suo sapere alle nuove generazioni ma … sempre con la presenza di uno o più cavalli!

 

Matematicamente impossibile sottrarsi al proprio destino! Un cavallo pare faccia parte del DNA di famiglia

 

 

 

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